TFF bene, non benissimo

Difende le sue posizioni, il Torino film festival, che si è concluso da alcuni giorni. I dati di affluenza del pubblico – 61 mila presenze -, di biglietti venduti e di incasso sono sostanzialmente in linea con quelli dell’anno scorso: non è un migliaio di spettatori in meno rispetto all’anno scorso a fare la differenza. E’ il fatto che il festival è fermo, come inchiodato, non riesce a migliorare, e potrebbe farlo, con altri strumenti, mentre si apre un momento delicato: il direttore Emanuela Martini in scadenza, il vertice del Museo del cinema con nuovi responsabili, tra interrogativi, malumori e qualche polemica. Per il festival si avverte una necessità di rilancio e di rinnovamento, pur in una eventuale continuità della direzione.Buona la selezione del concorso, seppure con qualche riserva: dai 15 film in competizione e da molti altri sparsi nelle altre sezioni, sono arrivate le urgenze dei giovani dai cinque continenti: dal bisogno di famiglia alle tensioni familiari, dalla vana ricerca del successo e dell’arricchimento alla ferma determinazione di realizzare un progetto di vita, dalle donne che lottano per l’emancipazione in paesi che negano i diritti civili ad altre donne che si impongono con mille fatiche. Attraverso questi registi alle prime armi, emerge un quadro delle nuove generazioni ricche di vitalità, spesso sostenute da rigorosi codici morali che forse quelle dei padri hanno smarrito. 

La giuria presieduta da Cristina Comencini ha ritenuto di attribuire il primo premio all’islandese A “White, White Day”, storia dell’indicibile sofferenza di un uomo, fino alla follia, per la scomparsa della moglie, un dolore tuttavia in qualche modo inquinato da un sospetto di infedeltà che sottrae “purezza” allo stato d’animo del protagonista. Ma francamente c’era di meglio nel concorso, come il russo “Dylda”, sulle devastazioni che può lasciare anche negli animi la guerra, al quale comunque è andato il premio per la migliore attrice, attribuito ex aequo alle due protagoniste. E tra i migliori, c’era anche l’italiano “Il grande passo”, del veneto Antonio Padovan – due fratelli che non si conoscono, un padre che li ha abbandonati da piccoli e il folle progetto di uno dei due di andare sulla luna con un razzo artigianale –  che si è guadagnato il premio per il migliore attore, anche in questo caso diviso ex aequo tra gli ottimi Giuseppe Battiston e Stefano Fresi. Anche a questo tricolore poteva andare benissimo il primo premio.

Archiviata tra luci e ombre la 37esima edizione, ora per il Torino film festival è tempo di scelte vitali. C’è da nominare il direttore, dopo i sei anni di Emanuela Martini. Il caso è nelle mani del nuovo presidente del Museo del cinema Enzo Ghigo, del neodirettore Domenico De Gaetano, e del Comitato di gestione della Mole. La Martini ha svolto con onore il suo compito, mantenendo da una parte lo spirito originario del festival votato alla scoperta di nuovi talenti del cinema, e dall’altra cercando di guardare anche a un pubblico non necessariamente cinefilo duro e puro. E in parte, ma solo in parte, è riuscita in questi tentativi di contaminazione. La partita è aperta: c’è chi vedrebbe bene un ulteriore incarico al direttore uscente, e chi vuole cambiare. Comunque vada, il Festival ha bisogno di un direttore con esperienza e credibilità internazionale: fatte salve la natura e le peculiarità, o un nome di altissimo profilo capace di attirare con la sua sola presenza vecchi e nuovi spettatori, e non ultime le attenzioni dei grandi organi di informazione di carta e radiotelevisivi, o uno sconosciuto ai più ma capace di rilanciarlo con nuove idee e cercando di allargare la platea del pubblico con qualche ospite in grado di attirare anche i non addetti ai lavori.

Si può fare: ci sono attori e registi di grande fama e popolarità di qua e di là degli oceani che non sono solo bellocci, o languidi o trucidi a seconda dei personaggi che interpretano; sono cineasti che hanno studiato e continuano a farlo, e non solo il cinema, e sono capaci di incontrare studiosi e cinefili e nello stesso tempo distribuire saluti e sorrisi ai loro estimatori di ogni estrazione sociale. Si può fare, anche senza tappeto rosso, transenne e barricate. Ma sia nel primo che nel secondo caso, forse quel che occorre è una robusta iniezione di finanziamenti, pubblici e privati. Senza nuovi fondi il festival è destinato nel migliore dei casi a rimanere quel che è oggi, bello ma chiuso in se stesso, piccolo, nonostante gli apprezzamenti che riscuote da ogni parte, tuttavia limitati al vasto mondo degli addetti ai lavori. Ma gli imprenditori che investano sul festival bisogna cercarli e… “motivarli”: il finanziamento di un privato non può essere soltanto un gesto di affetto, di solidarietà, un favore, un dovere civile di chi può farlo. Trovare finanziamenti per il festival, come per altre iniziative culturali, è diventato un mestiere fatto da professionisti. E ad oggi non risulta che in città o fuori vi sia qualcuno incaricato di farlo davvero.

E ancora, evitare certe superficialità, sciatterie, e sinecura, cose se vogliamo piccole rispetto alla qualità dei film, dell’insieme del programma, ma proprio in quanto cose piccole forse specchio di aspetti più significativi: le serate di apertura e di chiusura tristi, pesanti, velleitariamente cerimoniose, prive di leggerezza, di brio, di clima di festa, premiati assenti, chissà se avvertiti in ritardo, magari senza tenere conto di distanze e fusi orari, madrine e padrini scelti a caso e alla fine tenuti pure muti in un angolo, dilettantismi organizzativi, comunicazione parcellizzata, lenta e burocratica, forse tenuta a freno da chi ha la responsabilità ultima delle decisioni. Insomma, il Torino film festival, con la sua formula unica almeno in Italia, merita ben altro.

Nino Battaglia

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