Sono tantissimi i film dedicati alla leggendaria figura di Robin Hood, il fuorilegge che rubava ai ricchi per dare ai poveri e combatteva contro il malvagio sceriffo di Nottingham in nome della libertà e della giustizia. Con “Robin Hood, il prezzo del sangue” il regista statunitense Michael Sarnosky, ha cambiato le carte in tavola. Il suo personaggio è vecchio e stanco, ma soprattutto è un incallito tagliagole che non ha mai pensato di condividere con qualcuno il frutto delle sue rapine. Anzi, lui e la sua banda prendevano di mira soprattutto i poveracci, che erano prede più facili dei potenti.
Gravemente ferito nel fallito tentativo di aiutare Little John, l’unico dei compagni rimasto in vita, Robin viene curato da una pietosa badessa, e scopre che al mondo esistono anche la gentilezza e la bontà. Ma le ombre di tutti quelli che ha derubato, violentato e ucciso lo tormentano. E capisce che dovrà pagare un prezzo molto alto per il sangue versato.
Parecchi recensori hanno sottolineato l’estrema violenza di alcune scene del film. Ma, per l’appunto, si tratta solo di qualche scena in un’opera dall’andamento lento, dove l’azione lascia molto – forse troppo – spazio al tormento interiore dei protagonisti. Hugh Jackman è un Robin oppresso dai rimorsi, che rifiuta risolutamente il ruolo eroico cucitogli addosso dalle dicerie popolari. Jodie Comer è la dolce badessa che cerca di curare, insieme ai suoi malati, anche le ferite di un terribile passato. Bill Skarsgård è un Little John che vorrebbe soltanto una serena vecchiaia accanto alla famiglia.
Una fotografia cupa, con alcune fastidiose scene notturne dove lo spettatore è costretto a intuire più che a vedere, sottolinea l’intento di Sarnosky di ribaltare la leggenda. Una costante nel suo cinema, come ricorderà chi ha visto “Pig”, una eccellente opera prima dedicata ai miti dell’alta cucina. Solo che in “Pig” c’era riuscito senza annoiare. Qui mica tanto.
gbg