Quando vince la delicatezza

“L’attachement – la tenerezza” è un film dove la delicatezza vince su tutto, sul dolore, sulla tristezza, sulla incapacità di comunicare, sugli stereotipi di genere e sulle angosce dei singoli. Ed è anche un film che, pur avendo una trama, in realtà non ce l’ha, perché vive di momenti, impressioni e sentimenti, peraltro senza mai cadere nel melenso. Brava la regista Carine Tardieu, bravi i protagonisti Valeria Bruni Tedeschi e Pio Marmaï, bene assecondati dai comprimari Vimala Pons e Raphaël Quenard, che tanto comprimari non sono. Sorprendente il giovanissimo César Botti.

Valeria Bruni Tedeschi è Sandra, una libraia femminista che vive sola e non cerca relazioni stabili. Viene svegliata nel cuore della notte dai vicini di casa, perché la donna, già madre di Elliott, un bambino di cinque anni, sta per partorire e non sa a chi affidare il figlio. Lei, perplessa, accetta. Ma le cose cambiano quando le complicazioni del parto uccidono la donna, e Alex, suo marito, si appoggia a Sandra per far fronte ai tanti problemi di Elliott e alle necessità della nuova nata Lucille.

 Il film evita le soluzioni facili: il rapporto tra Sandra e Alex non decolla, nelle loro vite irrompono la bella pediatra Emilie e lo svaporato David, che è il padre biologico di Elliott. Nonne e amici danno una mano nella gestione dei bambini. Si ride e si piange. Si litiga e si fa la pace, ci si sposa e ci si separa, proprio come accade nella vita reale, dove nessuno è perfetto, ma tutti fanno del loro meglio per tirare avanti. 

Il mondo — sembra dire la regista— è meno peggio di quello che sembra. E a quanto pare la sua idea è condivisa dagli spettatori. Ho visto “L’attachement – la tenerezza” in una sala strapiena, dove era palpabile la partecipazione espressa con cenni di approvazione per le scelte dei protagonisti, qualche sorriso al punto giusto, e anche un po’ di commozione.

gbg

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