Povero TFF

Meglio forse non poteva andare, la 39esima edizione del Torino film festival. Ma è andata male, purtroppo. A cinque giorni dalla chiusura , e dunque con molto comodo, i vertici del festival e del Museo del cinema, che della manifestazione cinematografica è l’organizzatore, hanno diffuso i dati finali e, ancora un purtroppo e poi basta, questi risultati sono impietosi: il festival tornato in presenza e con le sale a capienza piena, ha lasciato per strada quasi la metà degli spettatori, 32 mila contro i 61 mila del 2019, l’anno di riferimento dato che la precedente edizione il Tff si è svolto esclusivamente via computer.

Con gli spettatori anche tutte le altre voci sono in profondo calo: accreditati, biglietti venduti e naturalmente l’incasso che scende da 234 mila euro a 106 mila. Nella nota in cui vengono comunicati i dati, i responsabili del festival premettono che “la realtà pandemica” eccetera, insomma, ha fatto la sua parte. Certo è però che non tutto può essere attribuito all’epidemia, che proprio alla vigilia e nei giorni della rassegna si presentava più attenuata e più incoraggiante.

Il direttore Stefano Francia di Celle ha fatto dignitosamente il suo lavoro con un programma di sicuro interesse rivolto sia ai cinefili, sia agli spettatori meno appassionati. Certo, negli ultimi 15 anni sono passati dal festival Nanni Moretti, Gianni Amelio, Paolo Virzì, Emanuela Martini, e in giuria Paolo Sorrentino, per dirne uno tra i tanti; nomi che da soli erano in grado di richiamare anche l grande pubblico. Ma anche Francia come intenditore di cinema e di festival sta all’onor del mondo. E così le scelte della giuria – tra gli altri Alessandro Gassman e la regista ungherese Ildikò Enyedi, cara ai cinefili, sono risultate condivisibili, a cominciare dal film vincitore Between two Dawns – Tra due albe – , arrivato dalla Turchia, bella storia su un dramma morale dopo un incidente sul lavoro.

Può essere vero che molti spettatori hanno rinunciato al festival proprio per timore del virus. Ma avrà sicuramente fatto la sua parte anche, e forse soprattutto, l’assenza della biglietteria, di uno sportello, adeguatamente protetto cui rivolgersi per comprare un biglietto anche all’ultim’ora. Per accedere alle sale infatti bisognava acquistare e prenotare il titolo di ingresso esclusivamente on line, peraltro con una procedura non proprio delle più semplici e immediate. Un errore certamente quello di non aver predisposto una biglietteria, riconosciuto anche dai vertici del Museo del cinema. Chissà quanti spettatori anche occasionali hanno rinunciato ai film proprio per questo motivo. E per un festival “metropolitano” come quello di Torino il passaparola sulla manifestazione è essenziale. Ma mettere in piedi una biglietteria avrebbe avuto dei costi, spiegano gli organizzatori.

Inoltre c’è stata l’assenza di qualsivoglia iniziativa di promozione, di comunicazione, di pubblicità: non una locandina in giro per la città, non un manifesto, non un negozio, una libreria che esponesse un richiamo al festival, come invece è accaduto negli anni passati. Già, ma anche questo costa, dicono ancora i vertici del Museo. E ancora, la mancanza di un luogo nei dintorni del festival in cui gli spettatori, cinefili e non, potessero incontrarsi e dialogare. Ecco, proprio questa, la “complicità” che si crea tra i frequentatori della rassegna è una delle caratteristiche proprie e irrinunciabili del festival di Torino: gli appassionati di cinema che si confrontano, che si scambiano opinioni sul film appena visto o sul prossimo da vedere, magari anche in compagnia del regista e degli attori, al di là degli stanchi rituali delle conferenze stampa. Negli anni passati davanti alla sala principale del festival veniva eretto un tendone, frequentatissimo a dispetto del freddo, luogo deputato per lo scambio di vedute. Quest’anno niente. E sì, ma anche il tendone avrebbe avuto dei costi. Ed è vero, tutto ha un costo, seppur modesto, che però può diventare proibitivo di fronte alle risorse attribuite al festival, sottoposte di anno in anno a un costante drenaggio che ha portato il budget a 1 milione e 750 mila euro, dai 2 milioni e 500 mila di cinque anni fa, e dai 3 milioni di un decennio fa.

Ciliegina sulla torta, un embargo alle 20,30 dell’ultimo giorno del festival sul vincitore e gli altri premiati, così impedendo per tutto il giorno a centinaia di radio, televisioni e giornali online di buona volontà e di simpatia per il festival – in ogni redazione può capitare che si annidi un cinefilo – di dare anche “una breve” sul Tff, anche a chi non lo conosce ma magari si incuriosisce, del festival e della città che lo ospita… Per salvare l’effetto sorpresa, dicono dall’organizzazione, come se tra i premiati, tra i 30 mila che lo hanno seguito, e tra i 250 – su 500 posti disponibili – che hanno assistito alla premiazione vi fosse un solo spettatore, solo uno, che non sapesse com’era andata. Insomma, il Torino film festival, da buon provinciale vuole essere come Cannes, Venezia, Berlino e gli Oscar, anche se non se lo può permettere. E allora, tutto sommato, la 39esima edizione, ma sì, un ultimo purtroppo, non poteva andare diversamente.

Nino Battaglia

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