Polpettone lunare

Mi ero ripromesso di non vedere mai più un film di Roland Emmerich, specializzato in polpettoni fantascientifici dove la pochezza della trama viene mascherata dai buoni sentimenti e da un uso smodato degli effetti speciali. Ma alla fine, curioso di vedere che cosa si era inventato questa volta con “Moonfall”, ci sono ricascato. E l’ho pagata cara, perché l’ultima opera del regista tedesco più amato dai produttori di Hollywood non è minimamente paragonabile ad altri suoi lavori non memorabili, ma a modo loro interessanti, come  “Indipendence Day”, e “The Day After Tomorrow”. Dopo la prima mezz’ora si è già capito tutto, dopo un’ora si comincia a guardare l’orologio, dopo un’ora e mezza si spera che l’intera umanità venga spazzata via, e quando finalmente arriva la fine, due ore e dieci minuti dopo, ci si ritrova a pregare che al regista non venga in mente di proporre un sequel. 

In “Moonfall” abbiamo la Luna che improvvisamente modifica la sua orbita e si avvicina pericolosamente alla terra. Il primo ad accorgersene è un improbabile scienziato convinto che il nostro satellite sia in realtà una megastruttura artificiale. E sarà proprio lui, insieme a un ex astronauta in disgrazia e a una dirigente della Nasa, che cercherà di raggiungerlo a bordo di un vecchio Shuttle per rimettere le cose a posto. Mentre i tre sono impegnati nello spazio a salvare il mondo, sulla terra i loro famigliari devono fare i conti con le inondazioni, le piogge di meteoriti, la mancanza di ossigeno, e le bande di saccheggiatori che imperversano nelle città devastate. Il tutto raccontato con l’aiuto di una computer grafica non particolarmente sofisticata, che sembra partorita dalla mente di un adolescente intossicato dai videogiochi.

L’impressione è che Emmerich abbia realizzato “Moonfall” con la mano sinistra, convinto che il pubblico sia di bocca buona. Ma l’ultima parola, come sempre, la dirà il botteghino.

gbg

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