O lo ami o lo odi.

O lo ami o lo odi. Quentin Tarantino non lascia mai indifferenti, come accade con i registi che hanno qualcosa da dire, e vanno per la loro strada senza preoccuparsi di piacere a tutti. Il suo nuovo film, “C’era una volta a… Hollywood”, non fa eccezione. La critica lo ha accolto con pareri discordanti, e anche il pubblico sembra un po’ frastornato da una vicenda che è soprattutto un appassionato omaggio alla storia del cinema, e solo nel finale torna ai temi pulp che hanno reso famoso il regista. 

Nel film si intrecciano, e alla fine si incontrano, tre vicende. Da una parte ci sono l’attore in declino Rick Dalton e il suo stuntman tuttofare Cliff Booth, interpretati dagli straordinari Leonardo Di Caprio e Brad Pitt, che si arrabattano per restare a galla nello spietato mondo di Hollywood. Dall’altra la loro vicina di casa Sharon Tate, interpretata da Margot Robbie, che sta per diventare una star, e insieme al marito Roman Polanski passa da un party all’altro, ma ha ancora momenti di fresca ingenuità, ad esempio quando entra in una sala per rivedersi in una parte minore di un film di spionaggio. Sullo sfondo, gli inquietanti figli dei fiori che vivono in un ranch del deserto un tempo utilizzato per le riprese dei western, e che il diabolico Charles Manson sta per trasformare negli assassini di Sharon Tate e dei suoi amici.

La ricostruzione degli ambienti è uno dei punti di forza dell’opera, e insieme agli spezzoni dei film e dei telefilm dell’epoca, recuperati con scrupolo filologico dal cinefilo Tarantino, ci restituisce un impareggiabile spaccato di Hollywood alla fine degli anni Sessanta. Il resto lo fanno gli attori, tutti perfetti anche quando la loro parte è ridotta a poche battute. Una citazione particolare spetta ad Al Pacino, il produttore che offre a Rick Dalton una nuova occasione in Italia, con gli spaghetti-western.

“C’era una volta a…Hollywood” dura quasi tre ore. Ad alcuni sono sembrate troppe. A noi che amiamo Tarantino no. 

gbg

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