Nori e il presidente

I libri di Paolo Nori si leggono sempre con piacere, e l’ultimo, “Le parole senza le cose”, edito da Laterza, non fa eccezione. Poche pagine, scritte con il consueto stile svagato e colloquiale che nasconde una elegante ricerca di stile e musicalità. Perché, come dice lui, i libri vanno letti ad alta voce, e quando leggi una cosa in pubblico, se è bella diventa ancora più bella, se è brutta diventa ancora più brutta.

Poche pagine, e contenuti spessi. Riflessioni sulla letteratura, la politica  e la società in un paese, l’Italia, che a Nori sembra piena di nomi senza più le cose, mentre nei momenti di progresso gli sembrava che il mondo si riempisse di cose che non avevano un nome. Anche se poi aggiunge sornione che questa mancanza di cose “forse non vuole dire necessariamente che viviamo in un periodo di regresso, chissà che cosa vuole dire, ammesso che voglia dire qualcosa”.

Recentemente mi è capitato di ascoltare un discorso del presidente della repubblica Sergio Mattarella, e non ho potuto fare a meno di ripensare con grande divertimento, a un capitolo del libro intitolato “Per discrezione”. Qui Nori parla di gesti parassiti, movimenti inconsapevoli del corpo che tutti noi abbiamo, ma possono diventare molto fastidiosi sul palcoscenico di un teatro. Lo stesso accade con le espressioni parassite nella scrittura. L’elenco è lunghissimo, dal quadro allarmante alla fila indiana, dal vivo dispiacere al silenzio di tomba, dall’acne giovanile alle nuove tecnologie, dal tassello mancante al battesimo del fuoco, dal velo pietoso al pirata della strada.

E alla fine arriva il presidente Mattarella. Nei primi minuti di uno dei suoi discorsi – scrive  Nori – se c’era un saluto, era rispettoso, se c’era un pensiero era deferente, se c’era un momento era difficile, se c’era una carta, era fondamentale, se c’era un consiglio, era superiore (e della magistratura), se c’era un’unità, era nazionale, se c’era una prova, era dura, se c’era una unione, era europea, se c’erano dei diritti, eran fondamentali, se c’era un popolo, era italiano, se c’era un bene, era comune, se c’era un capo, era dello stato, se c’era un garante, era della costituzione, se c’era un arbitro, era imparziale. E li mi ero fermato, e mi ero chiesto “Ma come mai ne hanno parlato tutti così bene?

Battista Gardoncini

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