Non solo Pirandello

“Talè! Talè! ‘U commissariu arrivò!”. “Montalbano è!”. “Cu? Montalbanu? Chiddro di la tilevisioni?”. “No, chiddro veru”.
Uno si sarebbe aspettato un’uscita di scena drammatica, se non tragica, come quella di Endeavour Morse, ispettore capo della Thames Valley Police di Oxford nella lunga e fortunata serie di Colin Dexter, oppure come Fabio Montale, l’ex-poliziotto di origine italiana nella splendida trilogia di Jean-Claude Izzo. Invece l’autore di Porto Empedocle ha scelto la modalità più pirandelliana possibile per l’addio di Salvo Montalbano dalle scene letterarie. Scritto tra il 2004 e il 2005 all’approssimarsi dell’ottantina di Camilleri, poi ripreso nel 2016 per alcuni aggiornamenti di carattere linguistico, Riccardino è l’ultimo regalo del prolifico scrittore agli innumerevoli fan del commissario di Vigata.
Per concessione di Sellerio l’incipit del libro era stato anticipato con una lettura del primo capitolo da Antonio Manzini lo scorso maggio durante il Salone del Libro di Torino, versione online. Chi aveva ascoltato l’autore di Rocco Schiavone aveva appreso che Camilleri stava giocando tra il Montalbano letterario, quello televisivo e se stesso.
Il caso riguardava l’ammazzatina di un giovane direttore di banca, di prima mattina e davanti a numerosi testimoni, tra questi tre amici suoi. Riccardino era stato ucciso con un colpo di pistola sparato da un uomo in motocicletta, ovviamente coperto da un casco. Prima ancora, circa alle sei, Montalbano era stato svegliato dal telefono di casa dallo stesso Riccardino che aveva sbagliato numero. Con i suoi metodi sempre poco ortodossi, capaci di urtare il questore Bonetti Alderighi, il commissario indaga nelle vite private dei tre amici, tutti dipendenti della miniera di sale e legati da un reticolo di parentele per aver sposato l’uno la sorella dell’altro. Quasi subito l’omicidio appare come una questione di corna – troppo semplice per le trame a cui ci ha abituato Camilleri – e allora alle fimmine si aggiungono i soldi, la droga, la mafia. Frattanto Montalbano è sostenuto dal solo Fazio perché Mimì Augello si è preso qualche giorno per andare dai suoceri con Beba e Salvuccio.
Amara terra è la Sicilia, scrive Camilleri, dove chi vede non riconosce, chi è presente non può precisare, chi ha visto aveva scordato gli occhiali, chi c’era non poteva correre perché aveva la scarpa slacciata… Allora diventa difficile la ricerca di testimoni.
Compaiono personaggi pittoreschi che nei romanzi di Camilleri non mancano mai, come il pispico di Vigata (coi parrini, meglio non mittirisi subito agginucchiuna), una monumentale chiaromante chiaroviggenti, un uomo-lombrico.
Fare tiatro a Montalbano l’addivirtiva. Come  a tutti i veri sbirri.  Essiri tragediaturi era forsi condizioni ‘ndispensabili per ogni ‘nvistigatori di rispetto.
Dovendone preparare l’uscita di scena, Camilleri ci propone un Montalbano ancora più solitario, in preda a ossessioni (i sorci!), con Livia lontana e poco in sintonia, ma sempre lucido quando si tratta di portare a termine un’inchiesta, macari mettendo in atto sceneggiate e i tradizionali sfunnapedi.
Camilleri si diverte a disseminare tutto il libro di citazioni letterarie, come Roberto Bolaño (La pista di ghiaccio), Sandro Penna, Philip Roth, Thomas De Quincey (L’assassinio come una delle belle arti), e ancora Maupassant, Baudrillard, T.S.Eliot, Poe.
Dico nulla invece del dialogo tra autore e personaggi che è la vera essenza del romanzo. Meglio scoprirlo leggendo. So che a molti non è piaciuto, anzi alcuni lettori hanno definito Riccardino la peggiore storia del commissario Montalbano. Certo è un finale un po’ particolare, io stesso sono rimasto spiazzato, ma ragionando un po’ sul protagonista di ventotto romanzi (ricordiamo che la serie era nata come omaggio allo scrittore catalano Manuel Vázquez Montalbán e alla sua creatura Pepe Carvalho) più cinque raccolte di racconti, penso che Camilleri non avesse altra scelta.
Ma poi, un autore potrà ben fare quello che vuole delle sue creature!

Riccardo Caldara

(dal blog www.riccardocaldara.net)

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