Necropoli, il Novecento di Boris Pahor

Approfittammo di una di quelle soste per seppellire in mezzo a un prato, per un pomeriggio e una notte interi, centosessanta cadaveri.
Tempo fa ho assistito a una intervista a Boris Pahor in cui lo scrittore di lingua slovena non si è sottratto alle domande che per oltre un’ora l’intervistatore gli ha sottoposto. Pahor, già 106enne, ha ripercorso nelle risposte il “suo” Novecento, partendo dall’incendio del Narodni dom (la casa di cultura slovena) del 13 luglio 1920, un evento che segnò il battesimo a Trieste dello squadrismo fascista e l’inizio delle persecuzioni contro la minoranza slava. Oggi è l’unico testimone vivente di quel fatto, allora aveva sette anni, con cui si cercava di sopprimere una lingua, una cultura, un’identità. Sto rileggendo a ritroso la sua vita attraverso le opere: Dentro il labirinto, con il ritorno a Trieste dopo la drammatica esperienza dei lager e la degenza nel sanatorio francese, di cui dà conto nel romanzo Una primavera difficile. Ho voluto leggere Necropoli nella settimana che portava al 25 aprile, come messaggio a me stesso per non dimenticare e, se possibile, tramandare la testimonianza di Pahor fatta di rispetto di ogni diversità, di capacità di resistere, del diritto/dovere di ribellarsi ai soprusi che umiliano la dignità umana. Necropoli è un capolavoro assoluto della letteratura sullo sterminio. Il 25 novembre 1944 gli Americani raggiunsero il campo di concentramento di Natzweiler-Struthof sulle montagne alsaziane, il primo scoperto dalle truppe alleate. Un campo piccolo rispetto ad altri, ma comunque ‘capace’ di 52 mila morti, tra esecuzioni, torture, esperimenti medici. Quello è stato l’ultimo campo in cui ha ‘soggiornato’ Boris Pahor, restando indenne grazie al suo lavoro di interprete per il gruppo sloveno prima e di improvvisato infermiere dopo.
Scrive Claudio Magris nell’introduzione al volume nell’edizione Fazi del 2008 (l’edizione originale slovena è del 1967, la prima italiana del 1997): Con questo grande libro Pahor affronta il tortuoso incubo della colpa (quantomeno sentita come tale) del sopravvissuto, di chi è tornato; incubo che tanto sembra aver pesato sul grandissimo Primo Levi, quando diceva che chi è tornato non ha visto veramente a fondo la Gorgone e chi l’ha vista non è tornato.
Pahor torna a Natzweiler in un pomeriggio d’estate con un gruppo di turisti. Sono uomini e donne provenienti da tutta Europa, ancora ignari di posare i piedi dove le ceneri di loro simili segnano nella coscienza dei popoli una tappa incancellabile della storia umana. Per Boris Pahor iniziano i ricordi mentre gli pare quasi che i visitatori lo guardino come se avesse ancora addosso la giubba a strisce: La porta di legno è coperta di filo spinato, e chiusa, come allora. Tutto è identico; mancano solo le sentinelle sulle torrette. Si estrania dalla visita e ripercorre con la memoria la fame, il freddo, le percosse, la pena nel vedere i compagni soccombere, la solidarietà tra prigionieri che si aiutano per cercare di sopravvivere.
Le immagini che Pahor ci propone e che lui solo ‘vede’ durante la visita a Natzweiler sono crude: ora ho visto Tola scendere davanti a me giù per le scale, borbottando perché il cadavere ossuto scivola nell’incavo di tela della barella urtandogli i lombi con il cranio raso. C’è poi il paradosso dell’assimilazione. Pahor porta sulla giubba il triangolo rosso, simbolo dei deportati politici, ma con al centro la lettera I, cioè la negazione di un’identità slovena per la quale si è strenuamente battuto contro l’omologazione all’Italia. Il cuore e la mente si ribellavano al pensiero di essere eliminati come appartenenti a una nazione che, dalla fine della prima guerra mondiale, aveva sempre tentato di assimilare gli sloveni e i croati. In ogni caso è il suo poliglottismo, in particolare la conoscenza dello sloveno e del tedesco, ad averlo continuamente salvato.
Eccomi all’aperto. Devo riconoscere che preferisco fermarmi davanti al forno piuttosto che di fronte al tavolo con le piastrelle ingiallite, sul quale mi pare ancora di vedere un paio di guanti di gomma pronti per essere nuovamente infilati da una mano istruita.
Il libro alterna la cronaca della visita al campo, con le reazioni e le non-emozioni dei visitatori, alle terribili immagini che affiorano nella memoria di Pahor. Non cede all’autocommiserazione, né si piega ad una condanna che sarebbe troppo scontata. Necropoli vuole essere la testimonianza fedele delle atrocità naziste.
Un barbiere radeva la morte, un magazziniere la vestiva, un infermiere la spogliava, uno scritturale segnava delle date accanto ai numeri dopo che, per ciascuno di essi, l’alto camino aveva fumato in abbondanza.
Boris Pahor ad agosto compirà 107 anni, gli auguro di superare il traguardo e di continuare ancora con la sua preziosa testimonianza. Scrive in sloveno ed è stato tradotto in italiano piuttosto tardi. Non è molto popolare in Italia e secondo me non sufficientemente letto. Ha vinto qualche premio letterario, in verità di più all’estero. Da una quindicina d’anni viene segnalato per il Nobel, ma l’Accademia di Svezia non se lo è mai filato. La Francia lo ha insignito della Legion d’Onore. Il partito degli sloveni di Trieste chiede la sua nomina (tardiva) a senatore a vita. Pahor è un europeista convinto, è a favore di una “Europa unita nel molteplice”. In Necropoli troviamo scritto ancora:
Chi nel momento dell’estremo pericolo per l’Europa aveva giurato di disinfestarla a fondo si è poi asservito ad altri interessi meno nobili, per raggiungere i quali l’esigenza di una vera denazificazione diventava un ostacolo. Così l’Europa è uscita dal dopoguerra, che avrebbe potuto essere il periodo in cui compiere la propria purificazione, come un’invalida a cui qualcuno abbia applicato occhi di vetro perché non spaventi i bravi cittadini con le sue occhiaie vuote, e tuttavia burlandosi di lei e offendendola con impudenza.

Riccardo Caldara

(dal blog www.riccardocaldara.net)

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