L’urticante “Civil War”

L’urticante “Civil War”, del regista britannico Alex Garland, ha sbancato il botteghino statunitense. In Italia non sta andando benissimo, ma è un peccato, perché è un film davvero interessante per quello che racconta e per il modo in cui lo fa.

La guerra civile del titolo è quella che insanguina gli Stati Uniti in un futuro non troppo lontano. Contro un presidente autoritario, che ha piegato le istituzioni democratiche ai suoi voleri, combatte una coalizione guidata dal Texas e dalla California. I ribelli stanno vincendo, e quattro reporter di guerra decidono di partire per Washington per documentare gli ultimi giorni del regime, e, se possibile, intervistare il presidente. Il viaggio li porta attraverso un paese sconvolto, dove non ci sono più regole e il pericolo è sempre in agguato. 

Girato con un largo uso di camere a mano che coinvolgono gli spettatori nelle azioni, “Civil War” non inventa nulla. I furiosi combattimenti e i bombardamenti che costringono i civili ad abbandonare le abitazioni sono gli stessi che vediamo ogni giorno nei documentari sulle guerre vere,  e così pure le esecuzioni sommarie, le torture e le fosse comuni.

Garland è molto attento a non dare al film una connotazione politica: non è un caso che alla guida dei ribelli ci siano due stati agli antipodi come il Texas reazionario e la California progressista, e che poco o nulla si sappia delle colpe di un presidente fellone. Quello che interessa al regista, e anche allo spettatore, è l’estrema brutalità della guerra, che gli obiettivi delle macchine fotografiche registrano con una insensibilità soltanto apparente.

Kirsten Dunst è superba nei panni di una esperta fotografa che insegna i trucchi del mestiere alla giovanissima e brava Cailee Speany. Con loro ci sono Wagner Moura e l’anziano Stephen McKinley Henderson. Jesse Plemons, che nella vita reale è il marito della Dunst, interpreta un esaltato militante di estrema destra. Un cameo, ma da solo vale il film.

gbg

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