Lovers, gay e non gay

Un programma con film da tutti i continenti, ricco davvero, e tanti ospiti di richiamo: si presenta così la 34esima edizione del festival di cinema gay di Torino (24-28 aprile), che ora si chiama Lovers, nuovo logo voluto tre anni fa dal direttore Irene Dionisio, la quale ora dovrà lasciare il posto ad un altro responsabile. I film in cartellone, certo, un centinaio in arrivo da ogni angolo del pianeta, ma a colpire quest’anno è soprattutto l’abbondanza di nomi che possono richiamare un pubblico “diverso” da quello abituale, finora quasi sempre costituito da numerosi cinefili e appassionati di cinema, ma soprattutto da spettatori che, con o senza militanza, ruotano attorno alla cosiddetta “comunità gay”. Un festival necessario, importante, molto apprezzato in Europa, ma con il rischio di rimanere un po’ chiuso in se stesso, come se fosse “riservato” agli omosessuali. E anche per questo, forse, guardato con molto distacco, se non con sospetto, dalla città che lo ospita e che, al contrario, potrebbe farsene vanto.

Ecco allora che la Dionisio, al suo ultimo anno, dopo tre edizioni dignitose ma non brillanti, nonostante la ristrettezza delle risorse, ulteriormente scese quest’anno da 390 mila euro a 320 mila, sfodera ora un parterre di presenze degno di un festival ricco: Asia Argento, che firma una mostra fotografica al Museo del cinema, Helmut Berger, l’attore tedesco che ha legato il suo nome a quello di Luchino Visconti, Giancarlo Giannini, Alba Rorhwacher, la scrittrice Michela Murgia, di recente alla ribalta anche per una dura polemica col ministro Salvini, Ilaria Cucchi, la battagliera sorella di Stefano Cucchi, il cui processo nelle ultime settimane è stato sulle prime pagine dei giornali, gli attori Neri Marcorè e Iaia Forte. E sono soltanto i nomi per un verso o per l’altro più noti, ai quali si aggiungono altre figure di sicuro interesse italiane e straniere.Al di là del valore che ognuno ritiene di dare ai singoli personaggi e al senso della loro presenza, si tratta comunque di figure che possono quantomeno incuriosire, se non interessare, una platea più vasta di quella che tradizionalmente si identifica con questo festival in qualche modo singolare. E per la manifestazione è un lodevole tentativo di allargare, di aprire il proprio recinto, come del resto talvolta è già accaduto in passato con la direzione del fondatore del festival Giovanni Minerba. Non si tratta di innescare una rincorsa a quel vacuo divismo di cui vivono altri festival, rincorsa peraltro che qui sarebbe velleitaria vista la consistenza delle risorse a disposizione, ma di uscire dalla cerchia degli addetti ai lavori o poco più. Insomma, un po’ di glamour, seppure in sedicesimo, una visione meno quaresimale non ha mai fatto male a nessuno.

I film in programma come sempre bisogna scoprirli. Arrivano da 25 paesi, e sulla carta è certo stimolante andare a vedere che cosa succede nel mondo gay in Europa, con una massiccia presenza di paesi del vecchio continente, nelle Americhe, dagli Usa, al Messico, al Brasile all’Argentina, al Guatemala, passando per la Cina, l’Australia, l’Africa. Al centro di tutto, sottolinea il direttore Irene Dionisio, il desiderio e il diritto alla visibilità degli omosessuali. Un bisogno di essere visibili difficile da esprimere ancora oggi anche in paesi avanzati, e in altri sottilmente o anche dichiaratamente compresso e osteggiato, quando non perseguito.E così il festival di cinema gay numero 34 coglie l’occasione di un anniversario, i cinquantanni dei moti di Stonewall, il bar di Greenwich Village, a New York, in cui il 28 giugno del ’69 e nei giorni seguenti si ebbe la rivolta degli omosessuali americani contro le violenze della polizia, l’evento che diede luogo in tutto il mondo al Gay Pride. E ancora in tema di memoria, c’è anche un omaggio al Fuori, il Fronte degli omosessuali italiani che dal ’71 diede vita da noi alle battaglie per i diritti dei gay, con epicentro e protagonisti proprio a Torino.

Certo rievocazioni, ma non solo, perché c’è anche l’attualità, fatti di cronaca ed espressioni ideologiche che dicono quanta strada ancora bisogna percorrere per una piena “cittadinanza” dei gay, senza tuttavia dimenticare che talvolta non tanto di avanzare si tratta, quanto di non arretrare. E un festival come quello torinese serve anche e forse soprattutto a questo. Ora è atteso il successore di Irene Dionisio, che così viene restituita al mestiere di regista – al suo attivo un solo lungometraggio a soggetto, e diversi corti e documentari. Il nome verrà comunicato alla fine del festival, ma dato che mancano pochi giorni ormai dovrebbe essere deciso. Sarebbero tre-quattro i candidati dai quali il Museo del cinema tirerà fuori il nuovo direttore. Tre anni fa, alla nomina della Dionisio, erano serpeggiati molti e pesanti malumori nella “comunità” perché la guida del festival era stata affidata a un figura non omosessuale. Ma forse a molti sfugge che la manifestazione cinematografica non è, non deve essere, dei gay e per i gay, e che gli omosessuali non sono una “categoria”, perché proprio su queste basi ideologiche, su queste esclusioni, distinguo e inclusioni, rischiano di esserlo, una categoria!

Nino Battaglia 

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