Lo strangolatore di Boston

Il regista, Matt Ruskin, non è tra i grandi. Ma c’é la garanzia di Ridley Scott tra i produttori, e la protagonista femminile è la bravissima Keira Knightley. Due nomi più che sufficienti per guardare in streaming su Disney+ “Lo strangolatore di Boston”, che in Italia non è stato distribuito nelle sale, e probabilmente mai lo sarà.  Ed è un peccato, perché il film è interessante, e molto diverso dai soliti film sui serial killer. Tanto per cominciare, rinuncia a mostrare gli strangolamenti in primo piano e riduce al minimo la violenza, che cede il passo a una raffinata ricostruzione della vita negli anni Sessanta in America. Poi al centro della scena ci sono due donne in carriera, che non combattono solo contro il malvagio, ma anche contro il sessismo imperante  nella bigotta e conservatrice società dell’epoca. 

Il punto di partenza di Ruskin è una storia vera. Tra il 1962 e il 1964 tredici donne di età compresa tra i 19 e gli 85 anni furono strangolate a Boston e in alcune città vicine. A volte, ma non sempre, con una calza di seta stretta attorno al collo. Inizialmente la polizia non prese nella dovuta considerazione questo elemento, che fu invece sottolineato dalla giovane reporter del Boston Record-American Loretta McLaughlin – che ha il volto caparbio della Knightley – e dalla esperta cronista Jean Cole, una Carrie Coon capace di non sfigurare nel confronto con la protagonista. Per mesi le due donne, nonostante i problemi famigliari, la sfiducia dei colleghi e l’ostruzionismo dei vertici della polizia, condussero sulle pagine del giornale una indagine parallela che anticipò molti dei risultarti dell’inchiesta ufficiale, e portò all’arresto e alla confessione di Albert DeSalvo, un noto manico sessuale. 

Caso chiuso, dunque? Le due giornaliste non erano convinte, e lo scrissero. E gli stessi dubbi hanno spinto Ruskin, che a Boston è nato e cresciuto, a fare il suo film. 

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