L’innamorato, l’arabo e la passeggiatrice

Il titolo italiano, “L’innamorato, l’arabo e la passeggiatrice”, non rende giustizia all’ultimo film del regista Alain Guiraudier, perché l’originale “Viens je t’emmène”, letteralmente  “Vieni, ti ci porto io”, è uno slogan usato in Francia nelle campagne di sostegno ai bisognosi, fortemente evocativo per gli spettatori di lingua francese.

E bisognoso lo è davvero il giovane senzatetto arabo Selim, che il solitario informatico Médéric accetta di ospitare in una notte di pioggia mentre Clermont-Ferrand è sconvolta da un attentato jihadista. Médéric è perdutamente innamorato di Isadora, prostituta di mezza età maltrattata da un marito violento, e vorrebbe salvarla. Anche lei ha un debole per lui, ma la loro relazione è continuamente ostacolata dagli imprevisti: i vicini ficcanaso, la polizia sotto pressione per catturare gli attentatori, un gruppo di giovani arabi che perseguita Selim, il marito di Isadora che compare nei momenti meno opportuni.

Guiraudier è un regista impegnato, che si è fatto conoscere dal grande pubblico con il  tormentato “Lo sconosciuto del lago”, storia noir di una relazione omosessuale. Qui sceglie un registro leggero, con un tocco di follia che strappa agli spettatori più di una risata. Resta però fedele a se stesso, perché il nucleo centrale del film è costruito sulle reazioni che un gruppo di persone normali ha di fronte agli eventi imprevisti, come il terrorismo, la droga, l’ossessione amorosa e la gelosia. Loro vorrebbero soltanto farsi gli affari propri, ma la realtà li travolge. 

Attraverso le vicende individuali dei suoi personaggi Guiraudier dipinge un mondo di provincia in preda alla paranoia, diffidente verso il diverso o anche semplicemente l’insolito. E un grande aiuto gli viene dai due protagonisti, Jean-Charles Clichet nei panni del mite Médéric, e la regista e sceneggiatrice Noémie Lvovsky, adorabile nella parte della prostituta disincantata e forse, nonostante tutto, felice. 

gbg

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