“Le aquile della Repubblica”, del regista Tarek Saleh, nato a Stoccolma da un padre egiziano e da una madre svedese, arriva dopo “Omicidio al Cairo” e ”La cospirazione del Cairo”, e completa la trilogia che il regista ha dedicato all’Egitto, dove tra l’altro non può entrare per la potenza delle sue denunce sulla corruzione e la mancanza di libertà. E, come i primi due, è un film che vale la pena di vedere per capire qualcosa di più di un paese che l’Occidente considera un argine contro l’estremismo islamico, ma è governato da una dittatura almeno altrettanto oppressiva.
George è il più famoso divo del cinema egiziano, amato dalle folle e quindi relativamente libero di fare quello che vuole. Per esempio cambiando spesso donna e bevendo alcolici. A un certo punto, però, l’esercito pensa a lui per interpretare il presidente Al Sisi in un filmaccio di propaganda del regime. Vorrebbe rifiutare l’incarico, ma i servizi segreti minacciano la sua famiglia, e deve piegarsi. Costretto a frequentare il torbido mondo dei palazzi del potere, scoprirà a sue spese che qualcuno intende sfruttare l’occasione delle riprese per regolare i suoi conti con il presidente.
George è interpretato da Fares Fares, un attore di origine libanese con una storia personale parallela a quella del regista. Anche lui infatti, ha trovato rifugio in Svezia dopo che la sua famiglia è stata costretta a lasciare il Libano per le violenze della guerra civile. Saleh lo ha voluto come protagonista di tutti i film della trilogia, e non si è sbagliato. Il volto scavato di Fares, e la sua intensa recitazione fatta di pochi gesti essenziali, sono perfetti per la parte. Bravi anche gli altri attori, tra cui spicca Amr Waked nella parte dell’agente dei servizi speciali incaricato di vigilare sul comportamento della troupe. La sua inquietante presenza ricorda a tutti – e agli spettatori – che cosa vuol dire vivere in un paese dove una parola di troppo può costare molto cara.
gbg