La sala professori

Dai film che raccontano le grandi tragedie dell’umanità, quando i registi e gli attori sanno il fatto loro, un pugno nello stomaco un po’ te lo aspetti. Ma “La sala professori”, del regista tedesco İlker Çatak, ne assesta uno davvero forte partendo da una piccola vicenda apparentemente semplice, che via via si ingigantisce e porta lo spettatore a interrogarsi su temi cruciali come il giusto e l’ingiusto, i diritti individuali e collettivi e il ruolo della scuola in una società multietnica. È un film da vedere, e non soltanto perché ha ottenuto a sorpresa una candidatura agli Oscar come miglior film in lingua straniera.

In una scuola media tedesca vengono commessi piccoli furti ai danni di alunni e professori, e una apposita commissione cerca di far luce sugli avvenimenti interrogando alcuni alunni dodicenni. Carla Novak, una insegnante al primo impiego interpretata dalla bravissima Leonie Benesch, non è d’accordo con i metodi inquisitori dei colleghi, e avvia una goffa indagine personale nel tentativo di scagionare gli allievi. Ma le sue buone intenzioni scatenano una serie di imprevedibili conseguenze, che mettono drammaticamente a nudo le sue debolezze e quelle della istituzione.

Con “La sala professori” llker Çatak, nato a Berlino da una famiglia di origine turca, è giunto al suo terzo lungometraggio. Per l’occasione ha abbandonato  lo stile levigato proprio degli spot pubblicitari con cui aveva esordito, e ha scelto di alternare lunghe sequenze nervose, girate usando la macchina a mano, con altre più statiche e tradizionali. Il risultato, grazie anche alla serrata sceneggiatura scritta da Çatak con l’ex compagno di scuola Johannes Duncker, è un film avvincente, che lascia lo spettatore con il fiato sospeso fino all’ultima inquadratura. E bravi sono tutti gli attori, con una particolare nota di merito per i giovanissimi che impersonano gli allievi di Carla.

gbg

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