Se ti chiami Francis Ford Coppola, hai ottantacinque anni e hai diretto la trilogia de “Il padrino” e “Apocalypse Now”, puoi anche permetterti di realizzare una “favola” a cui pensi da oltre quaranta anni, mettendoci dentro un po’ di tutto, dall’antica Roma agli Stati Uniti di oggi, dalla fantascienza alla critica sociale, dalle sperimentazioni visive al melodramma, in un guazzabuglio di luci, colori e musica che alcuni critici hanno impietosamente stroncato.
La favola è “Megalopolis”, in questi giorni nelle sale con la prospettiva di diventare un clamoroso flop, essendo costata centoventi milioni di dollari e avendone incassati finora meno di venti. Ma Coppola, che l’ha prodotta usando soldi suoi, non sembra preoccupato. Dice di averla realizzata per cercare un suo stile personale e per rispondere a un interrogativo per lui fondamentale: la società in cui viviamo è davvero l’unica alternativa possibile per noi?
La sua risposta è no, e arriva attraverso una vicenda ambientata nella distopica New Rome, che ricorda molto da vicino New York. La città è dominata da una élite che imita i vizi dei patrizi romani e veste come loro, mentre le masse vivono nel degrado. L’architetto Cesar Catilina – un Adam Driver meno inespressivo del solito – ha inventato il megalon, un nuovo materiale dalle mirabolanti qualità, e vorrebbe usarlo per costruire una città a misura d’uomo, ma si scontra con il sindaco Franklin Cicerone, deciso a lasciare le cose come stanno. Ad alimentare il parallelismo tra la decadenza dell’impero romano e quella degli Stati Uniti ci sono anche il ricco banchiere Crasso, la bella Giulia e il perfido Clodio, oltre ai saturnali e alle corse di bighe al Colosseo. Il tutto in oltre due ore di film che possono anche irritare, ma certo non lasciano indifferenti. Del resto, Coppola è pur sempre Coppola.
gbg