La legge di Lidia Poët

Lidia Poët, nata in val Germanasca da una agiata famiglia valdese, si laureò in giurisprudenza nel 1881 e dopo due anni ottenne l’iscrizione all’ordine degli avvocati di Torino. La sua iscrizione fu revocata dal tribunale con la pretestuosa motivazione che una donna non sarebbe stata in grado di esercitare la professione. Lei continuò a lavorare nello studio legale del fratello Enrico, e a combattere per far valere i suoi diritti. Vinse la sua  battaglia soltanto nel 1919, quando le leggi vennero modificate e diventò ufficialmente la prima donna avvocato in Italia. Aveva 65 anni.

Sulla vicenda di Lidia Poët è stata prodotta una miniserie Netflix che cerca di coniugare ricostruzione storica, critica sociale e poliziesco. La Lidia della fiction non è soltanto una donna libera che vuole essere padrona del proprio destino, ma anche  un’abile investigatrice, che in ognuno dei sei  episodi ha a che fare con efferati delitti e li risolve grazie all’intuito e alla conoscenza delle più moderne tecniche di indagine, come la ricerca delle impronte digitali. 

L’idea è molto ambiziosa. Forse troppo, perché la  mancanza di equilibrio tra i due aspetti penalizza la credibilità dell’insieme. Tuttavia “La legge di Lidia Poët” si lascia guardare grazie a una accurata ambientazione in una Torino che in alcuni luoghi conserva il fascino di fine Ottocento: bastano un po’ di carrozze a cavallo e i costumi dell’epoca per far rivivere le piazze auliche della città, le carceri e i locali del vecchio tribunale, con i loro arredi originali. 

Matilda De Angelis è una Lidia insofferente alle regole, ferrea nella sua determinazione nel superare gli ostacoli, moderna nei suoi rapporti con il sesso. Pier Luigi Pasino è il fratello Enrico, mentre Edoardo Scarpetta interpreta lo scapestrato giornalista che la aiuta nelle inchieste. 

Pare che la serie stia avendo un notevole successo in Italia e anche all’estero. Dunque potrebbe avere presto un seguito.

gbg

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