Il Vietnam di Spike Lee

Quattro veterani neri tornano dopo cinquant’anni in Vietnam, ufficialmente per cercare i resti del comandante caduto in azione, nero come loro, in realtà per recuperare un tesoro in lingotti d’oro che avevano nascosto nella giungla.  Dovranno affrontare molti pericoli, e il legame di fratellanza che allora si era creato nel gruppo sarà messo a dura prova.

L’ultimo film di Spike Lee, “Da 5 Bloods – Come fratelli”, è da pochi giorni disponibile su Netflix, che lo ha prodotto,  e non verrà distribuito nelle sale. Si apre con la celebre dichiarazione di Muhammad Ali che rifiuta di arruolarsi “perché i Vietcong non lo avevano mai chiamato negro e non gli avevano  mai aizzato i cani contro” e finisce con l’altrettanto celebre discorso di Martin Luther King sull’America “che non sarà mai libera e non potrà salvarsi senza la libertà dei discendenti dei suoi schiavi”. 

In mezzo, oltre due ore di film che raccontano gli irrisolti conflitti razziali del presente attraverso il passato, con molte invenzioni formali come è nello stile di Spike Lee. Le scene di guerra sono girate con la bassa qualità dei filmati dell’epoca in un obsoleto formato 4:3, ma i quattro veterani non sono stati ringiovaniti con il trucco, e combattono appesantiti dall’età a fianco del loro giovanissimo comandante.  I presidenti Johnson e Nixon compaiono in spezzoni di documentari che ripropongono le manifestazioni contro la guerra e le immagini più cruente del conflitto, mentre Trump non si vede mai ed è beffardamente evocato da un cappellino con lo slogan “Make America Great Again”, che cambia spesso proprietario. 

Immancabili, come in tutti i film di Spike Lee,  i riferimenti cinefili: i più  evidenti sono a  “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola e a “Il tesoro della Sierra Madre” di John Houston. Forse “Da 5 Bloods” non raggiunge gli stessi livelli di eccellenza, ma resta un film da vedere.

gbg

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