Il caso Goldman

Girato in una claustrofobica aula di tribunale, “Il caso Goldman”, del regista francese Cédric Kahn, è un film che con la sola forza dei dialoghi prende per mano lo spettatore, lo appassiona e lo costringe a riflettere su uno dei periodi più turbolenti del Novecento: la guerriglia sudamericana, le speranze del maggio francese, la repressione poliziesca, le follie della lotta armata che diventa criminalità comune.

La storia è vera e raccontata con scrupolo documentario, ma non sacrifica lo spettacolo grazie a un cast di prim’ordine, dove giganteggia il semisconosciuto Arieh Worthalter, dal volto intenso e dalla straordinaria gestualità. Lui è l’imputato Pierre Goldman, in carcere da cinque anni perché accusato di quattro rapine, una delle quali finita con la morte di due farmaciste, e svariati altri reati. 

Goldman, figlio di ebrei polacchi espatriati per sfuggire alle persecuzioni e diventati eroi della resistenza francese, cresce nel mito dei genitori. Per seguire le loro orme diventa un rivoluzionario di professione e va a combattere in Venezuela. Una volta tornato in Francia, il disprezzo per lo stato borghese e l’amore per la bella vita lo spingono sulla strada del crimine. Dopo l’arresto ammette tutte le sue colpe, ma nega risolutamente di aver partecipato alla rapina conclusa con il duplice omicidio. Viene condannato all’ergastolo e  in carcere scrive “Memorie oscure di un ebreo polacco nato in Francia”, un libro di successo che lo trasforma in una icona della sinistra extraparlamentare francese.

Il nuovo processo – quello raccontato nel film –  va oltre una normale dialettica processuale e diventa uno scontro politico che appassiona la Francia. Da una parte l’ordine costituito, dall’altra tutti coloro che questo ordine contestano. E lui, Goldman, sta al gioco, attacca giudici e poliziotti, si difende ripetendo come un mantra la frase “sono innocente perché sono innocente”. La sua sorte è appesa a un filo. 

gbg

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