Gli alieni buoni di Spielberg

Qualcuno lo ha definito un capolavoro, ad altri non è piaciuto. Personalmente penso che, pur non essendo il miglior film di Steven Spielberg, sia comunque apprezzabile per la indiscutibile tecnica narrativa e per il ritmo che sorregge le due ore e un quarto della proiezione.

Con “Disclosure Day” l’ottantenne regista di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” e di “E.T.” torna al tema che gli è forse più caro, quello degli alieni che giungono tra noi non per distruggerci, ma per aiutarci a superare i nostri problemi e a vivere meglio, in armonia gli uni con gli altri. 

Nelle interviste che hanno preceduto l’uscita del film, Spielberg si è detto convinto della loro esistenza, e si è spinto ad ipotizzare che i governi ne avrebbero occultato le prove, perché timorosi della forza dirompente della verità nei confronti del potere e dell’ordine costituito. Al contrario, lui pensa che l’umanità, sull’orlo di una guerra catastrofica e autodistruttiva, avrebbe tutto da guadagnare dall’accettazione dell’idea di non essere sola nell’universo.

In “Disclosure Day” Spielberg mescola con la consueta abilità queste sue riflessioni politiche e filosofiche con lo stile di un film di azione, seguendo la caccia che una agenzia governativa guidata dal luciferino Colin Firth dà a Emily Blunt, una sensitiva in grado di penetrare nella mente delle persone, e a Josh O’Connor, che ha usato le sue innate capacità matematiche per impadronirsi della segretissima documentazione sugli alieni. Nella loro rocambolesca fuga è coinvolta anche la ragazza di lui, una tormentata ex suora piena di dubbi su quello che combina il fidanzato, interpretata da una Eve Hewson che ha l’unico “merito“, se lo si può definire tale, di essere la figlia di Bono. Ma sgranare gli occhioni azzurri non basta per dare spessore a un personaggio che nelle intenzioni di Spielberg doveva avere un ruolo centrale nelle riflessioni di carattere etico dei protagonisti, e invece risulta soltanto irritante.

gbg

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