Francia al TFF, auspici e speranze

I propositi sono tutti da sottoscrivere, un festival serio come è sempre stato ma non serioso, con più brio, con attori e registi di fama, magari in grado se non di interessare quantomeno di incuriosire un pubblico che non sia solo quello dei cinefili e degli addetti ai lavori, nomi famosi da ogni settore dell’arte e della cultura. Come il nuovo direttore del TFF Stefano Francia di Celle lo farà, con quali risorse, con quali nuove idee è tutto da scoprire: una generosa iniezione di nuovi fondi, indispensabili, dagli enti pubblici, dall’Europa, dai privati; meno film e dunque anche meno autori ospiti per investire sulle celebrità; tagli e ritagli alle spese generali non del tutto essenziali, se ce ne sono. Si vedrà. 

In attesa di vederlo all’opera, comunque si può già dire che quella di Stefano Francia è un’ottima scelta, con qualche riserva non sulle qualità della persona, ma su ben altro. Scelta di qualità almeno per il rango in cui si pone oggi, e a quanto pare vuole continuare a porsi, la manifestazione torinese: festival cinefilo, bello, unico nella sua formula, discreto nella veste, privo di clamori e di tappeti rossi, piccolo nonostante gli unanimi apprezzamenti tra gli addetti ai lavori, povero e si direbbe indigente nelle risorse rispetto ad altre manifestazioni che dispongono di ben altro. Terzo e forse anche secondo festival in Italia, dopo Venezia e al pari di Roma. Addirittura il primo, come aveva sentenziato molti anni fa Nanni Moretti, forse in preda a un sentimento di avversione nei confronti delle vacue parate di altri festival. Ma come esserlo davvero se non per una sentimentale mozione degli affetti, come raggiungere il grande pubblico, torinese e non, attraverso giornali, radio e televisione… 

Il nuovo direttore Stefano Francia di Celle, 53 anni, torinese, da un paio di decenni istallato a Roma per via del lavoro, collaboratore fisso di Fuori orario e dintorni con Enrico Ghezzi, Marco Giusti e Roberto Turigliatto – quest’ultimo già direttore del Tff -, incaricato di organizzare la sezione Venezia Classici alla Mostra del cinema, nel corso degli anni anche responsabile a Torino di alcune retrospettive – Polanski, Wenders, Oshima, con relativi cataloghi monografici –  purtroppo risponde perfettamente al requisito del festival bello e povero. Un direttore, dunque, di alta caratura, cinefilo, studioso serio e apprezzato, di molte esperienze. E niente di più. Il festival, insomma, sembra che voglia restare quello che è. A meno che non venga ricoperto di nuovi e generosi finanziamenti con i quali chiunque, o quasi, gli farebbe spiccare un invidiabile volo che merita pur rimanendo fedele alla sua anima originaria.

Francia sostituisce Emanuela Martini, esperta di altissimo livello, direttore per sei anni più un’altra decina come indispensabile vice e suggeritore di Moretti, Amelio, Virzì, e responsabile delle importanti retrospettive della rassegna. Dopo tutti questi anni segnati da un riconosciuto successo, c’è chi al Museo del cinema, il Comitato di gestione cui spetta la responsabilità delle nomina, ora presieduto da Enzo Ghigo, ha voluto cambiare. E tra i fautori del cambiamento non sembrava figurare Ghigo. Che ora comunque si dice soddisfatto della scelta. Ed è anche vero che in certi casi un rinnovamento possa essere salutare. Con la Martini che si era detta disponibile a continuare, e alla quale si pensa di affidare un incarico comunque prestigioso – retrospettive, rassegne più o meno collaterali – e con Stefano Francia c’erano altri 7 candidati alla direzione del Tff, tutti con ottimi curriculum ed esperienze almeno pari a quelli del vincitore. E due spiccavano in particolare: Davide Oberto, che da tempo immemorabile cura con mano esperta le sezioni dei cortometraggi e documentari italiani e stranieri – veri fiori all’occhiello del festival, interessanti almeno quanto il concorso e le altre sezioni; la sua nomina sarebbe stata anche un riconoscimento del lavoro svolto, una scelta interna largamente condivisa dagli altri collaboratori e da chi al Museo ne conosce le grandi capacità. L’altro avrebbe forse aggiunto il prestigio di cui gode, anche a livello internazionale: Enrico Magrelli, conservatore della Cineteca Nazionale di Roma, curatore della programmazione di RaiMovie, esperto di primissimo piano, vaste relazioni, molto stimato, studioso del cinema del presente come di quello del passato.  Ma nella logica del rinnovamento, per il direttore del Tff non sarebbe stata fuori luogo una scelta che fin dal nome avrebbe potuto dare il segno di una concreta volontà di rilancio e di crescita non solo affidata agli auspici e alle speranze, un nome che avrebbe fatto parlare del festival di Torino in ogni dove, e non solo in Italia, come accadde con Nanni Moretti, Gianni Amelio e Paolo Virzì. Stefano Francia, comunque, farà del suo meglio, ma chissà se può bastare. 

Nino Battaglia

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