Delusione Marcorè

Dall’opera prima di Neri Marcorè regista mi aspettavo molto, forse troppo. Ma essere un ottimo attore, un comico brillante e uno strepitoso imitatore non basta. Per fare un buon film servono competenze che non si improvvisano, e che al momento Marcorè non ha. Il suo “Zamora” è un compitino lento e prevedibile, che si trascina senza guizzi fino alla scontata conclusione. Peccato.

La vicenda  è ambientata negli anni Sessanta e si basa sull’omonimo romanzo del giornalista sportivo Roberto Perrone, recentemente scomparso. Walter Vismara è il timido contabile di una città di provincia catapultato a Milano. Il suo nuovo datore di lavoro, tifosissimo dell’inter, pensa che il calcio cementi lo spirito aziendale e costringe tutti i dipendenti a estenuanti allenamenti in vista della partita tra scapoli e ammogliati che organizza ogni anno il primo maggio. Vismara odia il calcio, ma deve adeguarsi e viene messo in porta con risultati disastrosi. Per deriderlo i colleghi gli affibbiano il soprannome di Zamora, il grandissimo portiere della nazionale spagnola, di cui lui non ha mai sentito parlare. Solo un incontro con un ex portiere caduto in disgrazia lo aiuterà a trovare nuove sicurezze in campo e nella vita.

La storia è semplice, quasi banale. Potrebbe reggere se tutti gli attori fossero all’altezza della situazione. Ma nessuno di loro, compreso lo stesso Marcorè che interpreta l’ex portiere, sembra davvero a suo agio. Un legnoso Alberto Paradossi ci mette del suo per rendere irritante la figura del protagonista, mentre Giovanni Storti, nei panni dell’industrialotto maniaco del calcio, non esce dai suoi soliti cliché. Tra le figure femminili se la cava Marta Gastini, la donna amata da Walter, mentre Anna Ferraioli Ravel, la sua disinvolta sorella, è troppo enfatica per essere credibile. 

Infine una curiosità. Il film, ambientato tra Milano e Vigevano, è in realtà quasi tutto girato a Torino e dintorni.

gbg

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