C’era una volta in Buthan

Il Bhutan è un piccolo regno himalayano che ha appena settecentottantamila abitanti, in prevalenza contadini. Incastrato tra vicini ingombranti come l’India e la Cina, dal 2007 è una monarchia costituzionale. La religione ufficiale è il buddismo e ai suoi valori si ispira anche l’azione dei partiti politici.

Proprio un maestro buddista e il suo discepolo sono i protagonisti del film “C’era una volta in Buthan”, del regista Pawo Choyning Dorji, che ha studiato in Occidente, ma ha mantenuto un forte legame con il paese d’origine. All’inizio del film il maestro incarica il discepolo di procurargli un fucile, impresa tutt’altro che semplice in uno stato dove le armi sono vietate e nessuno ne sente la necessità. E quando il discepolo sconcertato gli chiede una spiegazione risponde sibillino “per rimettere le cose a posto”.

Le intenzioni del maestro si capiranno soltanto alla fine. Ma quello che importa e affascina lo spettatore, al di là di qualche perdonabile lentezza narrativa, è il viaggio del discepolo in una terra bellissima e semplice, dove tutti sono poveri, ma nessuno è infelice. Nella sua ricerca di un fucile il discepolo incontra contadini, artigiani, locandieri, scolari, e anche i membri di una commissione che gira di villaggio in villaggio per convincere gli abitanti a votare nelle libere elezioni che il re ha deciso di regalare al suo popolo. Anche questa, però, è una impresa difficile, perché pochi capiscono che cosa siano i partiti e a che cosa servano. Dunque, per evitare una bassa affluenza alle urne, che metterebbe in imbarazzo il sovrano, la commissione organizza in ogni villaggio elezioni di prova, con finti partiti e programmi inventati.

La ricerca del fucile, complicata dalla comparsa sulla scena di un occidentale che colleziona armi antiche, è inventata. Le finte elezioni no. Ci furono davvero. E dall’intreccio delle due vicende nasce un piccolo grande film, che merita di essere visto.

gbg

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