Il grande gioco

Giugno 1842. Sulla piazza centrale di Buchara il boia decapita il colonnello Charles Stoddart e il capitano Arthur Connoly. Erano uomini dei servizi segreti inglesi,  due pedine della partita che si svolgeva tra l’impero britannico e la Russia zarista per il controllo degli immensi e quasi sconosciuti territori del  Caucaso e dell’Asia centrale. La loro esecuzione per mano dell’emiro Nasrullah Khan, che avevano tentato di convincere ad allearsi con gli inglesi, è raccontata nel primo capitolo de “Il grande gioco”, uno straordinario libro scritto nel 1990 dallo storico e giornalista Peter Hopkirk, che in quelle zone ha a lungo viaggiato.

Pubblicato in Italia da Adelphi, la lettura delle sue seicento pagine scorre veloce come un romanzo di avventura fatto di audaci esplorazioni, schermaglie diplomatiche, sanguinose battaglie, eroismi e tradimenti. Vi si incontrano spie travestite che attraversano territori ostili per stendere le mappe necessarie al passaggio degli eserciti, nobili che sacrificano la vita per inseguire i sogni imperiali, speculatori, giornalisti prezzolati che soffiano sul fuoco dei nazionalismi, signorotti affascinati dalle ricchezze occidentali, e feroci banditi dediti al  saccheggio delle carovane di passaggio. Sullo sfondo, i conflitti religiosi e l’idea, comune a entrambe le potenze coloniali, di avere una missione civilizzatrice nei confronti di popoli barbari e arretrati, incapaci di autogovernarsi. Così, gli obiettivi contrastanti  non impediscono agli ufficiali russi e inglesi di scambiare brindisi nei rispettivi accampamenti in attesa delle mosse successive della partita. Che non è priva di rischi. Disciplina, armi moderne  e una totale indifferenza nei confronti della sorte dei locali sono strumenti potenti, ma non garantiscono l’incolumità, come scoprono interi reggimenti annientati dai guerriglieri.

“Il grande gioco” racconta episodi lontani nel tempo – la narrazione termina con la guerra russo-giapponese del 1904-1905 – ma è un libro fondamentale per capire perché il Caucaso e l’Asia Centrale siano diventati quello che sono oggi: una delle zone più instabili del pianeta. Gli attori sono diversi, e a rendere ancora più incandescente il quadro c’é il petrolio che allora nessuno cercava. Ma dagli errori commessi nel diciannovesimo secolo da inglesi e russi in Afghanistan, compreso il fallimentare tentativo di instaurare nel paese un governo fantoccio, non abbiamo imparato nulla.

Battista Gardoncini

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