Simbolo di convivenza

Nel 2004 la squadra israeliana del Bnei Sakhnin è stata la prima squadra arabo-israeliana a vincere la Coppa di Stato e a timbrare il passaporto per la Coppa Uefa. La sua è una storia di convivenza in una terra  diventata troppo stretta per arabi e israeliani a causa di un conflitto che non conosce soste dal 1948. Una convivenza che va oltre le apparenze, e affonda  in un comune vissuto, con un sapore autentico.

Bnei Sakhnin è un nome che agli appassionati di calcio non dice molto. Ma con la sua vittoria la squadra ha scritto una pagina storica per tutti gli arabi israeliani, i discendenti di coloro che dal 1948, anno della nascita dello Stato d’Israele e del primo conflitto arabo-israeliano, sono rimasti a vivere dove erano nati, al contrario di quasi 800mila profughi  che abbandonarono la Palestina per scelta o perché scacciati. Una minoranza nello Stato ebraico, che spesso si sente discriminata. Il Bnei, per loro, è diventato un simbolo. Prima raggiungendo la massima divisione, poi vincendo la coppa e arrivando a giocare una coppa europea, nella élite del calcio.

La cittadina di Sakhnin, 23mila abitanti in Cisgiordania, è zona occupata da Israele nel 1967. Chi è rimasto ha passaporto israeliano e molti sono venuti qui inseguendo la Galilea biblica. Tra loro c’é Mazen Ghanayem, giovane imprenditore edile con la passione del calcio, che ha messo insieme una squadra  melting pot: ebreo l’allenatore, arabo il presidente. In squadra giocatori di tutte le confessioni religiose, compresi i cristiani. In un decennio, dalla quarta serie, la squadra vola fino alle soglie della prima divisione, conquistata nel 2002 – 2003. L’aspetto curioso è che, simbolo o non simbolo, giocano pure gli ebrei, ed ecco allora sulle tribune bandiere con la Stella di David accanto a bandiere palestinesi. In una cittadina dove, il 30 marzo 1976 (da allora ricordato come il Giorno della Terra), sei arabi israeliani vennero uccisi dall’esercito durante una manifestazione contro la confisca di alcune terre e, nel 2000, tredici persone vennero uccise per gli incidenti scoppiati con la Seconda Intifada.

Tutto questo, però, allo stadio pare non entrare. La squadra vola e, nel 2003-2004, si lancia in una cavalcata trionfale, che da neopromossa, la porta a vincere la Coppa di Stato. Finale, nel grande stadio nazionale di Ramat Gan, il 18 maggio 2004, contro l’Hapoel Haifa, dopo aver fatto fuori in semifinale la corazzata Maccabi Tel Aviv. I biancorossi di Sakhnin vincono 4-1. E’ la prima squadra arabo-israeliana a riuscirci. Le strade di Sakhnin si trasformano in Rio de Janeiro.

La rosa della squadra è un caleidoscopio : sette ebrei, dodici arabi, quattro africani, un brasiliano e un ungherese. Il capitano è Abbas Sowan, il primo arabo israeliano a finire sulle pagine di Sport Illustrated. L’anno dopo, grazie alla Coppa, la squadra gioca i preliminari per la Coppa Uefa. Elimina il Partizan Tirana e se la deve vedere con gli inglesi del Newcastle United. Perde ed esce, ma la soddisfazione di giocare nell’università del calcio resta per sempre.

La squadra cresce in popolarità, anche fuori dai confini. L’emiro del Qatar regala un nuovo stadio, chiamato appunto Doha, e un miliardario israeliano aiuta il presidente palestinese a rendere più forte la squadra, simbolo di convivenza. Il paradiso si sfiora la stagione 2007-2008. Il Bnei Sakhnin vola: dall’inizio è un testa a testa con il Beitar Jerusalem. Mica una squadra come tutte le altre. E’ la squadra dell’ultradestra israeliana, i cui tifosi sono noti per le posizioni estremiste e islamofobe. Il Bnei Sakhnin perde lo scontro diretto all’ultima giornata  proprio contro il Beitar. Finisce il sogno della cittadina di Sakhnin, battuta 3-1. Ma in fondo è solo uno scudetto. Il Bnei Sakhnin ha fatto parlare in tutto il mondo degli arabi israeliani, ha fatto esultare israeliani e arabi assieme, con gli stessi colori, non per un qualche progetto della comunità internazionale senz’anima. Un laboratorio di pace che il fanatismo per ora non è riuscito a chiudere.

Marco Patruno