Una nazione in lutto

La nazione è in lutto. Undici atletici giovanotti, mettendo in mostra un variegato campionario di tatuaggi e una desolante mancanza di talento, si sono fatti buttare fuori dalla fase finale del campionato del mondo, pareggiando con la Svezia una partita che dovevano assolutamente vincere. Una eliminazione che brucia, visti i trascorsi di una squadra capace di conquistare l’ambita coppa ben quattro volte. E infatti l’unico precedente risale 1958, come hanno  fatto notare tra l’incredulo e l’indignato tutte le televisioni e tutti giornali.

Come è stato possibile? La palla – si sa – è rotonda, e quindi imprevedibile. Ma da quello che si è visto nelle ultime partite degli azzurri il disastro non era affatto imprevedibile. Anzi, avrebbe destato più sorpresa una qualificazione. Che si poteva pretendere da giocatori mediocri, che a volte nei loro club sono relegati al ruolo di riserva? Che valore aggiunto poteva dare l’allenatore Giampiero Ventura, che è transitato con buoni risultati su molte panchine, ma era totalmente privo di esperienza internazionale? Che contributo alla serietà e alla serenità dell’ambiente poteva venire dal folkloristico Carlo Tavecchio, scelto dalle grandi società per gestire la federazione italiana gioco calcio disturbando il meno possibile i loro interessi economici e commerciali?

Numerose inchieste giudiziarie e giornalistiche hanno dimostrato senza ombra di dubbio che il calcio italiano è malato, e lo è da molti anni. Droga, scommesse, arbitri corrotti, partite truccate, falsi in bilancio, perfino un possibile omicidio fatto passare per un incidente stradale. Non ci siamo fatti mancare nulla, e in effetti sembra un miracolo che ci siano ancora tanti appassionati disposti ad andare allo stadio e a seguire le partite in televisione: la disgraziata esibizione con la Svezia è stata seguita da quasi 15 milioni di spettatori, con uno share del 48,45%.

Tanto amore non corrisposto spiega almeno in parte  lo psicodramma che l’Italia sta vivendo. Non si parla d’altro che di calcio, e tutti gli altri argomenti hanno dovuto cedere il passo o adeguarsi. Sintomatico, ad esempio il caso di due noti politici, aspiranti leader dei rispettivi schieramenti, che hanno scelto di esibirsi sull’appassionante tema del numero degli stranieri ingaggiati nel nostro campionato.

Ma le sorprese più grandi vengono dalla gente comune, quella che secondo molte statistiche sta pagando il prezzo di una crisi senza precedenti, fatica a trovare il lavoro o a conservarlo, non arriva alla fine del mese con gli stipendi dimezzati dalla introduzione dell’euro, vede allontanarsi la pensione, e deve fare i conti con un sistema scolastico e un sistema sanitario sull’orlo del collasso. Tutta questa gente, invece di mobilitarsi per  modificare quello che a prima vista parrebbe uno stato di cose intollerabile, ha deciso di considerare prioritaria la discussione sul futuro della nazionale di calcio, avviando una riflessione collettiva che non ha precedenti nella storia recente del nostro paese per la partecipazione l’ impegno e la complessità delle analisi. E anche,  purtroppo, per la futilità degli argomenti.

Alle quasi scontate considerazioni tecniche sulla partita e  sulle condizioni psicofisiche dei giocatori in campo, rammolliti secondo alcuni da stili di vita troppo liberi,  è seguita la perentoria richiesta di un ricambio ai vertici. Ma Tavecchio e Ventura hanno fatto sapere di non avere la minima intenzione di abbandonare le poltrone lautamente pagate, e per il momento il problema è stato accantonato. Nulla di fatto  sui temi etici, che spaziano dalla scarsa dedizione dei nostri nazionali alla maglia azzurra ai fischi del pubblico milanese all’inno della squadra avversaria.  Perfino il civile comportamento dell’allenatore svedese, fotografato mentre al termine della partita raccoglieva le cartacce attorno alla sua panchina, è diventato oggetto di stupita considerazione.  In stallo, infine, il dibattito sui giovani calciatori che dovrebbero far ripartire la nazionale prendendo il posto degli sfiatati senatori della vecchia guardia. Tifosi e giornalisti si affannano a segnalare questo o quello, incuranti del fatto che molto spesso i loro giudizi non coincidano con quello degli allenatori dei giovani virgulti.

Ne usciremo soltanto con il tempo.  Per fortuna è molto, anche se alcuni inguaribili ottimisti continuano a sperare in un ripescaggio dell’Italia nel caso della rinuncia di qualche altra squadra qualificata per Mosca 2018. Il prossimo mondiale, infatti,  si giocherà in Qatar nel 2022.

Battista Gardoncini