Storie mondiali, Sud Africa 2010

Il mondiale   del 2010 sbarca in Africa. Blatter mantiene le sue promesse elettorali e regala l’organizzazione di una fase finale anche al continente più bistrattato di sempre. A prendersene carico è il Sudafrica di Mandela, che solo dieci anni prima era fuori della FIFA e che ha dalla sua condizioni economiche adatte a garantire una manifestazione di qualità. E’ il mondiale dei colori, dei canti e delle vuvuzelas, sarà il primo mondiale al di sotto dell’Equatore dopo quello del 1978. Non si può mancare un’occasione così importante, quindi le big partecipano in massa e per la seconda volta dopo il 2002 si qualificano tutte le squadre vincitrici di almeno un’edizione.

Per la nostra Nazionale appare il girone eliminatorio più agevole . Si comincia impattando  col Paraguay, che sembra comunque l’ostacolo peggiore. La seconda giornata ci vede contro la Nuova Zelanda, che manca a una fase finale dal 1982. Dovrebbe essere un allenamento o poco più, si trasforma nell’inizio del tormento. Uno svarione di Cannavaro, arrivato in Sudafrica in forma disastrosa, apre la strada al vantaggio dei bianchi, poi raggiunti su rigore da Iaquinta. Nella ripresa gli azzurri ci provano costantemente, ma con poca lucidità, anzi rischiando pure la beffa completa. Nell’ultima gara, contro la Slovacchia che è l’unica esordiente del mondiale, basta un pareggio per accompagnare i paraguayani agli ottavi. E invece si cade se possibile ancora più in basso. Vittek colpisce una volta per tempo e solo Quagliarella prova a tenerci dentro il torneo, creando i presupposti per la rete di Di Natale che riapre i giochi a dieci dal termine. Si sogna la rimonta, si finisce per prendere la terza rete addirittura su assist da rimessa laterale. Il bel lob di Quagliarella nel recupero vale solo per le statistiche. Agli ottavi ci vanno gli increduli slovacchi e l’Italia arriva ultima nel girone più agevole del torneo.

L’altra sorpresa di rilievo arriva dal raggruppamento del Sud Africa con la  sorprendente eliminazione della  Francia, l’altra finalista di quattro anni prima, battuta per due a uno nell’ultimo turno. Le due squadre escono a braccetto però, dietro Uruguay e Messico. Non hanno problemi Argentina e Germania, che guidano i loro gironi, accompagnate da due sorprese. La Corea del Sud e il Ghana, infatti, mandano a casa le più ambiziose Grecia, Nigeria, Australia e Serbia. Qualche problema ce l’ha l’Inghilterra di Capello, tradito dal portiere nel pareggio con gli Stati Uniti e poi costretta a rincorrere la Slovenia, battuta e superata nella gara decisiva con la rete di Defoe.

L’Olanda chiude a punteggio pieno un girone nel quale delude il Camerun di Eto’o, mestamente ultimo, e la Danimarca, beffata dal Giappone guidato dallo scatenato Honda. Il Brasile fa suo un girone insidioso, dove finisce ultima come previsto la Corea del Nord, che si rivede a questi livelli dopo il fatale, per l’Italia, 1966. Il secondo posto si gioca sulla sfida tra il Portogallo di Cristiano Ronaldo e la Costa d’Avorio di Drogba e hanno la meglio i più esperti europei, unici a strappare un punto al Brasile. Infine la Spagna, che parte con lo shock della sconfitta immeritata contro la Svizzera, brava a difendersi e a sfruttare l’unica occasione utile. Alla fine, però, mentre gli spagnoli vinceranno le due gare seguenti, gli svizzeri cederanno al Cile lasciando il secondo posto per colpa anche del pareggio con la cenerentola Honduras.

Il tabellone degli ottavi sembra  un’autostrada verso la finale disegnata a favore del Brasile, vanno in scena due partite a sorpresa. L’Uruguay ha la meglio sulla Corea del Sud grazie a una doppietta di Luis Suárez, mentre il Ghana raggiunge una storica qualificazione ai quarti battendo gli Stati Uniti con la rete ai supplementari di Asamoah Gyan. Le altre due gare promuovono le favorite Olanda e Brasile. Gli Orange faticano parecchio contro la Slovacchia, riuscendo a trovare la rete della tranquillità con Sneijder solo a sei minuti dal novantesimo. I verdeoro, invece, travolgono il giovane Cile e lanciano la loro seria candidatura al titolo. Dall’altra parte l’intruso è il Paraguay, che per la prima volta nella sua storia entra tra le prime otto superando ai calci di rigore il Giappone. Affronterà la Spagna, che riesce a far suo il derby iberico con l’ostico Portogallo grazie alla rete di David Villa. L’Argentina avanza senza troppi problemi contro il Messico, pur aspettando ancora il primo gol di Messi. In sua assenza ci pensa Tévez, con una doppietta. La sensazione maggiore la regala però la Germania, che travolge con due gol per tempo l’Inghilterra, capace solo di dimezzare il primo doppio svantaggio. Gli uomini di Capello si lamentano per un gol fantasma di Lampard, ma nulla possono contro l’ottimo collettivo tedesco.

Pronti via e ai quarti salta in aria il Brasile contro l’Olanda. I verdeoro vanno subito in vantaggio con Robinho e dominano il primo tempo senza però concretizzare ulteriormente. Nella ripresa Sneijder mette a segno in pochi minuti una doppietta, sfruttando nel primo caso uno svarione di Júlio César. Poi Felipe Melo, completa il suicidio brasiliano facendosi espellere per un bruttissimo intervento su Robben. L’Uruguay si occupa di stoppare il sogno del Ghana, che dopo Camerun e Senegal è la terza africana a fermarsi sulla soglia delle semifinali. Le Black Stars sognano con Muntari, ma vengono raggiunte da Forlán a inizio ripresa. Quando all’ultimo minuto dei supplementari Suárez si sostituisce a Muslera parando sulla linea una conclusione avversaria, però, sembra che le strade del paradiso calcistico si possano finalmente aprire all’Africa. Mentre il bomber uruguayano lascia il campo, espulso, Asamoah Gyan spara sulla traversa il sogno di un intero continente e si va di nuovo dal dischetto, ma stavolta con cinque tiri a testa. Il primo a sbagliare è il capitano John Mensah, ex di tante italiane. Lo imita il terzino del Benfica Maxi Pereira, ma a tenere a terra i ghanesi è l’ex meteora milanista Adiyiah, perché invece non sbaglia la decisiva trasformazione Sebastián Abreu, che tiene fede al suo soprannome di “Loco” con un cucchiaio da batticuore. Regala decisamente meno emozioni la Spagna, che continua ad andare avanti col minimo sforzo e sempre grazie a David Villa, decisivo pure nella sfida col Paraguay quando mancano solo sette minuti ai supplementari. Nel pomeriggio, intanto, la Germania ha ruggito ancora, con altre quattro reti che mettono fine al cammino dell’ambiziosa Argentina e all’esperienza in panchina di Maradona. Tre semifinaliste su quattro sono europee, il vecchio continente è vicinissimo alla prima affermazione lontano dai propri campi.

L’Uruguay tornato tra le prime quattro a 40 anni dall’ultima volta, sogna di disputare nuovamente una gara per il titolo dopo il Maracanazo del 1950, ma è senza lo squalificato Luis Suárez, che insieme a Forlán ha segnato sei dei sette gol della Celeste. L’Olanda è priva di De Jong ma parte coi favori del pronostico e sblocca presto il risultato con Van Bronkhorst, che stupisce tutti e forse anche sé stesso con un sinistro dalla trequarti che si infila nel sette. È l’inizio di una partita spettacolare, forse la più bella del torneo, visto che prima dell’intervallo un altro sinistro, stavolta di Forlán e con la complicità di Stekelenburg, riporta tutti in parità. La svolta decisiva arriva a venti minuti dal termine, quando Sneijder si conferma l’uomo in più dei suoi centrando l’angolino basso con un tiro dal limite che passa in mezzo a una mezza dozzina di gambe e beffa Muslera. L’Uruguay patisce il colpo e tre minuti dopo capitola nuovamente, su un colpo di testa di Robben. Eppure i sudamericani non demordono e nel recupero tornano sotto con Maxi Pereira, scopertosi difensore goleador. Non basta però, e in finale per la terza volta nella sua storia ci va l’Olanda. Decisamente meno spettacolo lo riserva la seconda semifinale, la riedizione della finalissima di Euro 2008 tra Spagna e Germania. Gli spagnoli fanno la partita, guidati da un Iniesta spettacolare, ma non trovano la chiave giusta per la serratura tedesca. Almeno fino a quattro minuti dal termine, quando ci pensa Puyol, di testa, mandando il pallone nell’angolo tra Neuer e Podolski. La prima finale spagnola è realtà e anche la certezza che il mondo avrà un padrone inedito.

A  Johannesburg è tempo di finalissima. Spagna e Olanda sono due squadre che non rinunciano a fare gioco, però la posta in palio è davvero alta e lo spettacolo latita. Nel secondo tempo le due occasioni migliori capitano a Robben, bravo a bruciare in velocità i difensori iberici, salvo sbattere in Casillas. La Spagna si sveglia solo ai supplementari, rendendosi pericolosa con Fàbregas, prima di aprire la porta del paradiso calcistico a quattro minuti dai calci di rigore. Tutto nasce da un’azione di ripartenza di Jesús Navas, rifinita da Iniesta che con un colpo di tacco serve Fàbregas. La palla finisce poi a Torres, il cui cross viene ribattuto ancora sui piedi di Fàbregas, bravo a trovare il pertugio giusto per servire Iniesta sulla destra. Per il piccolo fantasista del Barcellona è un gioco da ragazzi controllare e freddare Stekelenburg di destro sul secondo palo. L’Olanda, in dieci per la precedente espulsione di Heitinga, non ha più le forze per recuperare e il trionfo spagnolo è realtà. La Roja che era famosa per le occasioni perse riesce a eguagliare la Germania che tra 1972 e 1974 fece la doppietta Europeo-Mondiale. E la sensazione, poi confermata, è che non finirà qui.

Marco Patruno