Scacchi senza bellezza

Altri tempi, quando la sfida tra l’americano Bobby Fischer e il sovietico Boris Spassky, complice la guerra fredda, era diventata il simbolo dello scontro tra blocchi contrapposti, e aveva dato agli scacchi una visibilità mai avuta prima, e forse mai più raggiungibile.

Il campionato del mondo che si è appena concluso a New York è stato distrattamente seguito dai media, e anche molti  appassionati hanno storto il naso per la lunga sequenza di patte che  ha caratterizzato l’incontro tra il campione in carica, il norvegese Magnus Carlsen, e il russo Sergej Karjakin. Alla fine l’ha spuntata Carlsen, in un tie-break  giocato a cadenza rapida, che ha messo a dura prova le coronarie dei giocatori e di chi seguiva via internet l’incontro, ma ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Da qualche anno, infatti, esistono classifiche separate per il gioco a cadenza normale, per quello rapido e per quello rapidissimo dove i giocatori hanno a disposizione al massimo cinque minuti a testa per concludere la partita. E ben prima dell’incontro molti autorevoli commentatori avevano criticato il regolamento che prevedeva di giocare l’eventuale tie-break con una cadenza diversa da quella classica. Un po’ come se si giocasse la finale  di Wimbledon su un tavolo da ping-pong. Ma tant’è. Anche negli scacchi, come negli altri sport, a dettar legge sono gli sponsor, più attenti alle ragioni del portafoglio che a quelle tecniche.

Se gli appassionati del “nobile giuoco” stentano a farsene una ragione, i giocatori hanno imparato piuttosto in fretta. Da questo punto di vista Carlsen è un campione perfetto, una macchina da soldi per sé e per la famiglia, che fin da piccolissimo lo ha destinato agli scacchi, come del resto è accaduto anche al suo avversario, Kariakin, diventato grande maestro a appena 12 anni. Sponsorizzato fin nelle camicie indossate durante i tornei,  Carlsen piace perché è giovane, perché è occidentale, e naturalmente perché vince un torneo dopo l’altro, mettendo in mostra una fenomenale capacità di calcolo e una  tecnica impeccabile, molto simile a quella dei computer che negli ultimi anni hanno radicalmente modificato l’approccio al gioco. Qualcuno sostiene che è l’unico in grado di giocare così perché il suo cervello è un computer programmato per fare una cosa sola, e ne sottolinea le stranezze di comportamento e le difficoltà di relazione con il resto del mondo.  Ma se restiamo in ambito scacchistico l’unica sua  debolezza è nella voglia di giocarsela sempre fino in fondo, anche in posizioni che molti grandi maestri considerano aride e lascerebbero per patte. Kariakin, in questo match, l’ha sfruttata alla perfezione, difendendo con tenacia molte posizioni inferiori fino quasi a fargli perdere pazienza e titolo.

Alla fine, però, ha vinto il più forte. Non di tutti i tempi, come si è cercato di far credere per esigenze di cassetta o per semplice incompetenza, ma sicuramente di questi ultimi anni. Deve ancora nascere chi negli scacchi lascerà un segno più profondo di Garry Kasparov, autore di capolavori immortali perché sulla scacchiera non ha cercato soltanto i risultati, ma anche la verità.  Un altro grande campione, il sovietico Michail Botvinnik, diceva che gli scacchi sono l’arte che illustra la bellezza della logica. Kasparov, suo allievo prediletto, non ha mai dimenticato la lezione. A Carlsen e alle nuove leve dello scacchismo internazionale, semplicemente, non interessa.

Battista Gardoncini