Storie Mondiali, Italia 1934

Anche il regime fascista intuisce la potenzialità propagandistica del calcio. Il football è ormai diventato un vero e proprio fenomeno di costume. Assegnata all’Italia l’organizzazione della seconda edizione del mondiale, sedici le formazioni scremate da un primo turno di qualificazione. Vi sono le migliori formazioni: dalla Spagna dell’ipnotico Zamora, alla Cecoslovacchia di Sobokta, all’Austria di “Cartavelina” Sindelar. Ma ci sono davvero tutte? No, manca proprio L’Uruguay, campione uscente, che non ha digerito il forfait della nobiltà europea di quattro anni prima.

Si parte il 27 maggio, con gare a eliminazione diretta, e passano  quasi tutte le favorite: l’Italia che fa una poltiglia degli Stati Uniti (7–1), l’Austria (3-2) sulla Francia, la Germania (5–2) sul Belgio,  la Cecoslovacchia (2- 1) sulla Romania. Tornano subito in Sud America Argentina e Brasile, che si sono presentati con dei rincalzi, visto che le loro federazioni non hanno voluto scucire i campioni.

Pozzo disegna la squadra su Meazza, che deve essere il tramite tra la velocità di Guaita, la grinta di Schiavo e l’estro di Ferrari. Il Balilla è il vero leader della squadra, ma nei quarti l’Italia deve superare lo spauracchio spagnolo Zamora. E’ una qualificazione drammatica: le due squadre devono ripetere l’incontro (terminato 1-1: a quei tempi non esistevano supplementari e rigori). E’ proprio Meazza che decide, 1 a 0 finale. Il 3 giugno affrontiamo gli austriaci: partita dura, tirata e poco spettacolare: vinciamo ancora di misura (1- 0). Dall’altra parte del tabellone va avanti la Cecoslovacchia, che vince in semifinale contro i tedeschi per 3 a 2, con una  tripletta di Nejedly, capocannoniere a fine torneo.

E’ il 10 giugno a Roma, il giorno della finalissima: di fronte Italia e Cecoslovacchia, Pozzo si affida alla stessa formazione che ha sconfitto il “Wunderteam” in semifinale. Puc porta in vantaggio la Cecoslovacchia, ammutolendo lo stadio, ma è un’Italia tosta quella del ’34: attacca con ordine senza mai perdere la testa, Orsi ci riporta in parità, e nei minuti di recupero, Schiavio mette il proprio sigillo sulla vittoria finale. Passerà alla storia l’immagine di Schiavo che, dopo aver battuto Planicka, cade a terra semisvenuto, sommerso dall’abbraccio dei compagni.

Alla finale assiste anche Mussolini, che di calcio ne capisce veramente poco, ma non può sottrarsi ad un dovere di stato. L’ Italia si aggiudica la Rimet, Pozzo ci ha visto giusto, ha costruito un team imbattibile, e Meazza diventerà un simbolo del calcio italiano. La festa è completamente riuscita.

Marco Patruno