Un viaggio a Cuba

Due anni fa sono riuscito a organizzare un viaggio a Cuba al di fuori dei normali circuiti turistici. Ho girato molte immagini, e incontrato molte persone. Questo è quello che ho scritto al ritorno. Lo ripropongo oggi, senza modifiche, perché non mi sembra che ci sia nulla da cambiare, a parte il fatto che il mio amico Ernesto non poterà più mostrare ai cubani i ritagli dei giornali italiani con i fake della morte di Fidel.
Sull’Autopista Nacional che unisce La Havana a Pinar del Rio, la provincia più occidentale di Cuba, Ernesto non si ferma allo stop di un uomo in divisa. “Non è un vero poliziotto – spiega – è lì solo per controllare i carichi commerciali, ma i turisti non lo sanno, e con le finte multe riesce a arrotondare lo stipendio”.
Viaggiare qui aiuta a capire Cuba meglio di tante analisi socio-politiche. Camion antidiluviani e macchine d’epoca, che farebbero la gioia di ogni collezionista, procedono con lentezza esasperante tra le nuvole di fumo nero degli scappamenti. Non hanno più i motori originali, che consumavano troppa preziosa benzina. I meccanici locali hanno dato libero sfogo alla fantasia, e quelli nuovi – si fa per dire – bruciano di tutto, perfino il cherosene per le stufe domestiche. Noi invece siamo su un’automobile moderna, importata dalla Cina, e sorpassiamo  dove si può, districandoci tra buche micidiali, carretti tirati da buoi e cavalli, autostoppisti e animali da cortile usciti dalle vicine fattorie. Facciamo largo uso del clacson, come del resto tutti gli altri, ma nessuno sembra particolarmente nervoso.  “Questa – ridacchia Ernesto – è una dittatura. Quindi tutti fanno quello che vogliono”.
Ernesto è il figlio di “uno che stava sul palco con Fidel”, a sua volta figlio di un cinese arrivato a Cuba negli anni Venti per raccogliere la canna da zucchero. Ha combattuto per due anni in Angola, con il corpo di spedizione che aiutò il governo a respingere gli attacchi dei mercenari sudafricani. E’ stato iscritto alla gioventù comunista, ma non ha voluto prendere la tessera del partito, e adesso è uno dei tanti imprenditori di se stessi  che lavorano nell’unica vera industria rimasta, il turismo. Guarda con disincanto al paese che cambia, dove i giovani vogliono divertirsi, sognano il telefonino e non pensano ai vecchi tempi. Però è convinto che la rivoluzione abbia dato molto al paese, e che i suoi principi ispiratori siano ancora validi.
“Grazie ai nostri nonni e ai nostri padri – dice con orgoglio – a Cuba c’e’ la scuola gratuita per tutti, fino all’università. Abbiamo bravi medici e ospedali efficienti. I vecchi prendono  la pensione, e non esiste il fenomeno dei bambini di strada.  Qui non ci sono tutti i vostri partiti, e lo stato può a volte essere duro con i dissidenti. Ma lo abbiamo sentito come una cosa nostra quando non c’era da mangiare per colpa del blocco economico imposto dagli americani, e continuerà ad essere nostro quando gli americani torneranno con tutti i loro dollari”.
Ernesto non è l’unico a aspettare gli americani. In tanti hanno approfittato della apertura all’iniziativa privata recentemente ribadita da un nuovo codice del lavoro, e ovunque si trovano i cartelli che indicano le case particulares, la versione cubana dei bed and breakfast, e i paladares, i ristoranti privati. Chi li gestisce paga tasse salate e non ha la sicurezza del posto come i  dipendenti dei grandi alberghi statali, ma incassa in CUC, la moneta convertibile usata dai turisti, che vale circa venticinque pesos di moneda nacional, quella usata dallo stato per pagare gli stipendi.
“La doppia moneta è un problema – ammette Antonio, un italiano che vive qui da quindici anni e organizza viaggi solidali al di fuori dei normali circuiti turistici – perché alimenta una doppia economia e molte disparità. Prima o poi, però, arriveremo ad averne una sola”.
Antonio è un entusiasta. Parla lo spagnolo meglio dei locali, a Cuba  ha avuto un figlio e si è laureato in storia.  Mentre guida snocciola date e aneddoti della rivoluzione, e dice di non avere nessuna intenzione di tornare in Italia, dove la vita è frenetica e si è  smarrito il senso della solidarietà. A un incrocio, in dubbio sulla direzione, tira giù il finestrino e chiede informazioni a un  uomo anziano seduto sul bordo della strada, apostrofandolo con un “ehi negro” che ci lascia allibiti. Poi spiega che a Cuba è normale, perché ci sono così tante mescolanze che nessuno ci fa caso. E se non c’e’ razzismo, che male c’é a chiamare una persona  con il colore della sua pelle?
Negli ultimi mesi i clienti di Antonio sono diventati più numerosi. “Vengono qui per vedere la fine della rivoluzione – racconta – ma sono passati più di cinquanta anni ed è ancora viva e vegeta. Penso che ne passeranno almeno altri cinquanta, perché la rivoluzione ha restituito al popolo la sua dignità e la sua storia, e questo non si cancella con la morte di una persona”.
Ernesto conserva nel portafoglio il ritaglio di un giornale italiano che annuncia per l’ennesima volta la morte di Fidel. “Questo – spiega  – lo faccio leggere ai miei amici cubani, per metterli di buon umore. Come potete pensare che il governo voglia tenere nascosta la morte di Fidel? Cinque minuti dopo la televisione interromperebbe i programmi per annunciarla. E da quel momento non si parlerebbe d’altro per settimane. Lui è stato un grande uomo. Ma è vecchio e malato, e si è ritirato dalla vita politica. Anche suo fratello Raul ha annunciato che non si ricandiderà alla presidenza della repubblica. I tempi cambiano, alla guida del paese arriveranno uomini nuovi”.
Nell’attesa i cubani fanno quello che hanno sempre fatto, e cioè si arrangiano. L’essenziale non manca. In tavola arrivano maiali, polli, riso, fagioli, e tanta frutta. Le mucche non si macellano, sono troppo preziose per il latte.  Nessuno muore di fame, grazie anche alla “libreta”, una tessera annonaria che consente ai più indigenti di procurarsi a prezzo politico un modesto paniere di generi di prima necessità. In tutte le case arriva l’elettricità e c’è un frigorifero, che nel clima dell’isola non è un lusso. Chi non si accontenta cerca di arrotondare con mille lavoretti, oppure vende sotto banco le merci uscite per vie traverse dalle aziende statali, come i pregiati sigari Havana.  Nelle grandi città le belle ragazze sono forse un po’ troppo generose con i turisti danarosi, e attorno a chiese e monumenti si incontrano spesso guide turistiche improvvisate o mendicanti. Ma in generale l’atmosfera è rilassata, le persone sono gentili, non si vedono situazioni di disagio sociale, ed è molto difficile  trovare le tracce del diffuso malcontento di cui parlano i giornali degli espatriati di Miami e il blog della dissidente Yoani Sanchez, tanto amata all’estero quanto criticata in patria. “Ha trovato il modo di arricchirsi con la sua puzza sotto il naso – commenta acido Antonio – e vorrei proprio capire  come riesce a far funzionare così bene il suo  blog, mentre tutti noi abbiamo connessioni sovraccariche e lentissime”.
L’immagine di Cuba all’estero è uno dei più grandi crucci degli intellettuali cubani vicini al governo. Secondo loro i i giornali e le televisioni occidentali parlano di cose che non conoscono e non hanno alcuna voglia di conoscere.
Acela è la docente universitaria che ci accompagna a visitare  il barrio Pogolotti, un quartiere operaio dell’Havana dove le case sono rimaste come erano  agli inizi del novecento, quando l’emigrato italiano Dino Pogolotti ebbe l’incarico di costruirle. Da anni alcune associazioni italiane collaborano con le autorità cittadine per riqualificare il quartiere senza stravolgerne l’identità e il forte spirito comunitario degli abitanti. “Pogolotti era un imprenditore – spiega Acela – ma ci capiva, e costruì case che per l’epoca erano moderne, comode e accessibili agli operai poveri. Chi visita Cuba oggi dovrebbe avere lo stesso atteggiamento nei nostri confronti. Forse per i vostri standard siamo poveri, però sappiamo chi siamo e dove vogliamo andare. Il dialogo arricchisce noi e voi”.
Una ricchezza su cui concorda anche chi non è altrettanto ottimista sulle sorti del Paese. Guido è un promotore finanziario torinese innamorato dell’isola. All’Havana ha comperato una casa e una macchina degli anni cinquanta, ha aiutato i suoi amici ad aprire una casa particular,  e cerca di promuovere le attività di un gruppo di artisti locali. Pensa che i giovani, proprio perché sono colti e  informati su quello che accade nel resto del mondo, non ne possano più delle restrizioni. E che l’addio al potere dei fratelli Castro potrebbe essere meno indolore del previsto. “La differenza – dice – la faranno i dollari e gli euro che si riverseranno sull’isola. Purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista”.
Soltanto il tempo dirà chi ha ragione, ma i cubani sanno aspettare. “La storia mi assolverà”, gridò Fidel Castro nella celebre autodifesa davanti al tribunale che lo condannò al carcere duro per il fallito attacco del 1953 alla caserma Moncada, e appena sei anni dopo entrò da vincitore nel palazzo presidenziale.
Nel 1967, in Bolivia, finì nel sangue il disastroso tentativo insurrezionale di Ernesto Che Guevara e dei suoi compagni, venuti da Cuba per sollevare i contadini, che proprio non ne volevano sapere. Oggi i  loro resti sono conservati in un monumentale mausoleo eretto a Santa Clara, dove il Che colse una delle più importanti vittorie militari della rivoluzione. Nella cripta, visitata ogni anno da centinaia di migliaia di persone, si entra a a capo scoperto e in piccoli gruppi. Comunque la si pensi, i garofani rossi a fianco dei loro nomi, rinnovati ogni giorno, ricordano che senza quegli uomini, senza Fidel,  la storia della intera America Latina sarebbe stata molto diversa.
Battista Gardoncini