Un no per il cambiamento

Adesso, per favore, non santifichiamolo. Renzi ha perso e se ne andrà. Del resto non potrebbe fare diversamente, dopo aver trasformato il referendum in un plebiscito sulla sua persona. 

Il discorso con il quale si è congedato dagli italiani è un esempio perfetto del suo modo di fare politica, che ha sempre privilegiato l’apparenza sulla sostanza. Con la moglie al seguito e il tricolore alle spalle Renzi ha recitato benissimo la parte dello statista tradito degli elettori, che non hanno capito le sue buone intenzioni  perché ha avuto l’unica colpa di non averle ben spiegate. Uno statista neppure sfiorato dal sospetto che queste buone intenzioni, agli occhi della maggioranza degli italiani, non fossero poi così buone. La riforma costituzionale è stata vista da molti come l’ultima di una lunga serie di forzature, iniziata con il Jobs Act e proseguita con la buona scuola, dove il confronto ha ceduto il passo all’arroganza e le parti sociali sono state considerate  nemici da seppellire sotto una pioggia irridente di tweet. Non poteva durare e non è durata, nonostante l’appoggio compiacente dei media e i continui rilanci a suon di promesse impossibili da mantenere.

Prima o poi anche i più fedeli sostenitori di Renzi, superato lo choc della sconfitta, converranno sul fatto che il crollo verticale della sua popolarità non può essere attribuito soltanto alla perfidia dei tanti nemici interni ed esterni. In queste ore si sta tentando di far passare l’idea di uno zoccolo duro di elettori coesi e responsabili sconfitto da una armata Brancaleone  di scontenti, mossi dalla volontà di bloccare ogni riforma. Ma le prime analisi sui flussi elettorali raccontano un’altra storia. Ad esempio, ci dicono che il no sarebbe stato particolarmente forte tra i giovani, i disoccupati, le persone con i redditi più bassi e quelle con un alto livello di istruzione: categorie sicuramente non omogenee, ma con buoni motivi di scontento nei confronti dell’operato del governo. Il sì, al contrario, avrebbe raccolto i maggiori consensi tra gli anziani, i redditi alti e le persone con un basso livello di istruzione. Anche in questo caso categorie non omogenee, ma con meno motivi di scontento per le condizioni del paese e portate comunque a privilegiare la stabilità.  Dunque i veri conservatori sarebbero stati i sostenitori del sì, mentre i sostenitori del no, difendendo la costituzione attuale, avrebbero in realtà espresso la loro volontà  di cambiare una situazione ritenuta non soddisfacente, e imputata a torto o a ragione ai mille giorni di Renzi alla presidenza del consiglio.

Vedremo nelle prossime settimane se arriveranno ulteriori dati per confermare queste analisi. Fin d’ora comunque si può dire che la questione non è destinata a restare chiusa in un ristretto ambito accademico. Capire quello che è successo davvero è essenziale per tutti. Per i partiti, se vorranno provare a colmare il divario che sempre più li separa dal sentire degli italiani. Per il successore di Renzi, a prescindere dalla maggioranza che lo sosterrà. E anche per lo stesso Renzi, se, come è facile immaginare, sta già pensando alla rivincita.

Battista Gardoncini