Precari in redazione

Il tema del lavoro giornalistico è stato affrontato più volte su queste pagine. Oggi torniamo sull’argomento con una lettera che i collaboratori di Repubblica appartenenti alle redazioni di Torino, Milano, Genova, Firenze, Bologna, Roma, video, Roma e Palermo, hanno scritto ai sindacati interni del giornale,  in questi giorni alle prese con una ipotesi di accordo che prevede ulteriori tagli alle loro retribuzioni. La pubblichiamo perché affronta argomenti che vanno oltre una vertenza sindacale. La descrizione di quello che accade oggi nella redazione di uno dei più importanti giornali italiani, e più in generale nel mondo dell’informazione, è a nostro parere assai significativa, e preoccupante. Questo il testo della lettera.

“Carissimi colleghi,
quotidianamente noi collaboratori siamo impegnati accanto ai redattori nelle diverse sedi di Repubblica. Con il nostro lavoro assicuriamo l’uscita del giornale, in particolare delle pagine locali, e il continuo aggiornamento del sito internet e la produzione dei contenuti multimediali. Crediamo – come convenivano un anno fa, sottoscrivendo l’accordo del 10 dicembre 2015, i rappresentanti dell’azienda, della direzione e del cdr – di “assicurare un contributo importante per qualità e quantità di prestazione all’affermazione di Repubblica: un giornale che è impresa ma anche insieme di valori condivisi, capacità di attrarre intelligenza, innovazione”.

Noi collaboratori siamo consapevoli delle difficoltà che l’azienda e il mondo dell’editoria stanno attraversando. Non da ora, ma da anni ne paghiamo le conseguenze: le nostre retribuzioni spesso non sono proporzionate alla quantità e alla qualità del nostro lavoro, nonostante ad alcuni di noi sia stata riconosciuta la possibilità di sottoscrivere il “contratto unico”. Uno strumento che riteniamo ancora inadeguato, considerato che, nella realtà dei fatti, il numero di articoli prodotti supera spesso il doppio e, in alcuni casi, il triplo indicato dalla soglie contrattuali; le nostre regole d’ingaggio sono spesso stravolte, là dove ai collaboratori viene chiesto di sottostare a “turni ferie”, “corte” e “orari” o, in alcuni casi, viene assegnata loro la responsabilità di interi settori redazionali o richiesta la partecipazione alle riunioni e la presenza in redazione. Accanto a questi collaboratori c’è anche chi, spesso da anni, garantendo una disponibilità pressoché quotidiana, fornisce contenuti di qualità al giornale e al suo sito internet senza contratto e senza prospettiva di ottenerlo (pur avendone in alcuni casi i requisiti), lavorando spesso a partita Iva o a borderò e offrendo, senza garanzie, una produzione di articoli e servizi multimediali strategica per il gruppo editoriale.

Eppure non ci siamo mai tirati indietro. Abbiamo continuato a lavorare, nella speranza di raggiungere, un giorno, maggiori sicurezze e di lasciarci alle spalle un percorso di precariato contrassegnato da continue difficoltà e incertezze, ma mossi anche dall’orgoglio di lavorare all’affermazione di un giornale come Repubblica. È per questo che apprendere della proposta di accordo sottoposta al voto dell’assemblea dei giornalisti ci addolora. Per l’ennesima volta i costi di una riduzione della spesa aziendale vengono scaricati in maniera preponderante sugli ultimi, cioè sui precari. E per noi questo è inaccettabile.

Al danno, infine, si aggiunge la beffa: il blocco delle assunzioni equivale infatti a frustrare qualsiasi tipo di prospettiva di stabilizzazione dei precari. Questo si somma al rischio che i tagli trasformino in carta straccia il “contratto unico”, che avrebbe dovuto segnare un primo passaggio verso una maggiore stabilità economica per i collaboratori indispensabili all’uscita quotidiana del giornale. E ci mette in una condizione sempre più difficile, dovendo continuare a collaborare fianco a fianco con chi dovrebbe avallare queste dolorose scelte.

Crediamo che un ripensamento sia possibile e speriamo che i giornalisti di Repubblica rifiutino una proposta che anziché sanare, approfondisce ancor di più il solco che – spesso a parità di lavoro – li separa nei diritti e nel salario dai loro colleghi precari. Se così non dovesse essere, saremo costretti a cambiare approccio, convinti che una manovra che incide così pesantemente sui nostri compensi, già di per sé carenti, non possa essere a “saldo zero” solo per alcuni. Una decisione di questo tipo ci costringerebbe a entrare in stato di agitazione e, a quel punto, a decidere la mobilitazione che riterremo opportuna”.