Il testamento di Marc Bloch

Credo che Marc Bloch sia stato il più grande storico del XX secolo. Leggere i suoi saggi, a cominciare da “I re taumaturghi”, uno studio del 1924 sulla falsa credenza medievale che i re di Francia e d’Inghilterra potessero guarire gli scrofolosi con l’imposizione delle mani, dà un immenso piacere intellettuale. In essi si ammira, insieme alla vastità dell’impianto storico sociale e antropologico, reso possibile da una eccezionale erudizione che non diventa mai pedanteria, l’eleganza della scrittura di uno spirito libero, curioso del mondo e non privo di umorismo.

Ma Bloch è stato anche un difensore della libertà. Soldato pluridecorato della prima guerra mondiale, malgrado l’età e una poliartrite invalidante fu richiamato alle armi nella seconda, e dopo la sconfitta della Francia ad opera della Germania nazista entrò nella Resistenza con un ruolo di primo piano. Catturato dalla Gestapo nel 1944 e torturato per tre mesi, fu fucilato con altri 29 partigiani il 16 giugno del 1944. Aveva 58 anni.

Recentemente ho avuto l’occasione di rileggere il suo testamento, redatto il 18 marzo del 1941. Penso che sia utile riproporlo qui, in un periodo sicuramente meno tragico, ma come quello ammorbato dalla stupidità e dall’odio. 

Dovunque mi accada di morire, in Francia o in terra straniera, e in qualunque momento ciò possa avvenire, lascio alla mia cara moglie, o, se ella non ci fosse, ai miei figli, la cura di provvedere ai miei funerali nel modo che riterranno più conveniente. Saranno funerali puramente civili. I miei sanno che non ne avrei voluti di diversi. Ma spero che quel giorno – nella camera ardente o al cimitero – un amico accetti di leggere le poche parole che seguono.

Non ho chiesto che sulla mia tomba fossero recitate le preghiere ebraiche che pure con la loro cadenza accompagnarono verso l’estremo riposo tanti miei antenati e anche mio padre. Per tutta la vita ho compiuto ogni sforzo per impormi una totale sincerità dell’espressione e dello spirito.Considero la compiacenza verso la menzogna, qualunque sia il pretesto di cui possa ammantarsi, la peggiore lebbra dell’anima. Come fu detto per uno assai più grande di me, vorrei che come solo motto sulla mia pietra tombale fossero incise due semplici parole: Dilexit Veritatem. Per questo motivo mi sarebbe oggi impossibile ammettere che nell’ora del supremo addio, quando ogni uomo ha il dovere di riepilogare se stesso, si facesse appello in nome mio alle effusioni di una ortodossia della quale non riconosco affatto il credo.

Tuttavia, mi sarebbe ancora più odioso se in questo atto di probità si ritenesse di scorgere qualche cosa che possa rassomigliare a un vile ripudio. Perciò, se occorre, affermo di fronte alla morte che sono nato ebreo; che non ho mai pensato di negarlo, né ho mi trovato alcun motivo per essere tentato di farlo. In un mondo assalito dalla più atroce barbarie, la generosa tradizione dei profeti ebrei, che il cristianesimo, in ciò che ebbe di più puro, riprese per estenderla, non rimane forse una delle nostre migliori ragioni di vivere, di credere e di lottare?

Estraneo tanto a qualsiasi formalismo confessionale quanto a qualunque presunta solidarietà razziale, per tutta la vita mi sono sentito anzitutto, e molto semplicemente, francese. Legato alla mia patria da una tradizione famigliare già lunga, nutrito della sua eredità spirituale e della sua storia, incapace, per la verità, di concepirne un’altra in cui mi fosse possibile respirare a mio agio, l’ho amata molto e servita con tutte le mie forze. Non mi sono mai accorto che la mia qualità di ebreo opponesse il minimo ostacolo a questi sentimenti. Nel corso di due guerre non mi è stato concesso di morire per la Francia. Posso tuttavia, in piena sincerità, rendere a me stesso questa testimonianza: muoio, come ho vissuto, da buon francese.

Battista Gardoncini

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