Gommoni a perdere e soccorsi in mare

Un gommone di dieci metri con un motore potente, in grado di portare con comodità e sicurezza dalle otto alle dieci persone in una lunga traversata,  costa almeno sessantamila euro. Quelli che si vedono nelle drammatiche immagini di questi giorni non sono prodotti da aziende note, e sembrano costruiti al risparmio, con il solo obiettivo di restare a galla per il periodo di tempo limitato di una traversata. Lunghi e stretti, viaggiano sovraccarichi e hanno motori di piccole dimensioni, che possono essere controllati con la sola barra, senza montare timonerie costose. Devono però essere sempre spinti al massimo per assicurare un minimo di velocità, e per questo consumano molto. Nelle immagini non si vedono quasi mai serbatoi supplementari, e questo autorizza a pensare che i trafficanti sappiano in partenza che qualche imbarcazione si perderà durante il viaggio, ma che non se ne preoccupino, perché i passeggeri hanno pagato in anticipo, l’investimento per l’imbarcazione è stato modesto – meno di diecimila euro secondo i calcoli di un esperto del settore – e non c’è neppure il problema della incolumità dello scafista, sempre più spesso sostituito da persone con qualche vaga nozione nautica, che accettano il rischio pur di ottenere un passaggio gratis.

Di fatto le vite di migliaia  di disperati sono affidate all’efficienza dei soccorsi in mare. Bene fanno quindi le organizzazioni umanitarie a intervenire con le loro imbarcazioni e i loro medici per integrare l’intervento degli stati.  Salvare la vita di chi è in procinto di annegare è un dovere per chiunque vada per mare, e il salvataggio non è concluso fino al momento dell’arrivo nel cosiddetto place of safety, il porto dove può essere garantita l’incolumità e l’assistenza sanitaria di chi viene salvato.

Per questo è difficile non indignarsi per la decisione di Matteo Salvini di chiudere i porti italiani alla nave Aquarius, con il suo carico di umanità disperata e dolente. Un colpo di teatro, dettato più da esigenze propagandistiche che da una seria analisi della situazione. Le leggi e le convenzioni sono chiare, e non è un caso che contro la decisione del nostro governo siano insorte perfino la Francia e la Spagna, due paesi con norme sull’immigrazione ben più severe di quelle italiane. Il nostro orgoglio nazionale può essere lenito ricordando  a Macron le nefandezze commesse alle frontiere di Ventimiglia e di Bardonecchia, e alla Spagna il muro di Ceuta e Melilla, ma la sostanza non cambia: formalmente ci siamo messi dalla parte del torto, pur avendo almeno in parte ragione.

Come negare infatti che la geografia abbia fatto dell’Italia una delle mete più facili da raggiungere per chi fugge dall’Africa? Come negare che i trafficanti di uomini approfittino della presenza dei soccorritori per ridurre i rischi e moltiplicare i profitti? Come negare che alcune organizzazioni non governative trovino nei porti italiani una accoglienza senza condizioni, mentre nelle loro nazioni di riferimento potrebbero incontrare seri inconvenienti di natura legale? Aquarius batte la bandiera di Gibilterra, l’organizzazione  che l’affitta è franco-tedesca, il porto di riferimento è Marsiglia, dove la distinzione tra la solidarietà e il traffico di esseri umani è affidata ai cavilli di legge. Come negare infine che l’Europa, così pronta a bacchettarci per il nostro deficit, abbia fatto poco o nulla per aiutarci a risolvere un problema non soltanto nostro, visto che chi arriva da noi, in genere, vuole andarsene per raggiungere parenti e amici in altri paesi?

Con la chiusura dei porti Salvini sostiene di aver voluto battere i pugni sul tavolo per sollecitare una riflessione comune dell’Europa su tutti questi temi. Ma quando a battere i pugni sul tavolo è la parte più debole i risultati rischiano di non essere quelli desiderati. 

Battista Gardoncini