Democrazia e repressione

Da tempo dico che la questione catalana è una questione di democrazia e di repressione e che potrebbe avere, se lasciata andare alla deriva, conseguenze pesanti anche per l’Europa.

L’Europa in questi ultimi due anni, dal referendum catalano del 1° ottobre 2017 alla sentenza di ieri, che condanna 12 leader indipendentisti a pene che complessivamente girano intorno a 100 anni, si è distinta per una totale azione pilatesca secondo il principio che la Catalogna “è una questione interna spagnola”.

Sarà un caso, ma questa mattina, 15 ottobre del XXI secolo, a Roma davanti all’ambasciata spagnola, una signora che sventolava per protesta, tutta sola, una bandiera catalana indipendentista, è stata fermata da una pattuglia di solerti agenti di polizia e portata in commissariato. E pensare che la signora aveva telefonato ieri in questura per chiedere se poteva manifestare, ottenendo un sì.

Sennonché oggi, mentre chiedeva spiegazioni sul perché veniva fermata, le si rispondeva che non essendo una bandiera “legale”, che non rappresentava uno stato sovrano, non la poteva esporre.

Aldilà della motivazione decisamente risibile e, sono quasi convinto, assolutamente illegale (questa sì…), ho cominciato a pensare che se vado in giro con la mia maglietta con gli stessi simboli e col mio braccialetto di cotone con la bandiera catalana che, tra l’altro campeggia sul mio balcone nel centro storico di Alba, dove vivo (per inciso in questi giorni c’è stato l’anniversario della Libera Repubblica di Alba durata 23 giorni e celebrata da Beppe Fenoglio e non dalla giunta di centrodestra della capitale delle Langhe…), magari mi inchiappettano. In Italia. Quindi figuratevi cosa sta succedendo da un paio d’anni a questa parte nella Catalogna che vuole la Repubblica e staccarsi da una Spagna che non è una democrazia.

Non c’è solo l’abnorme sentenza per gli accusati di sedizione per avere organizzato manifestazioni pacifiche e non violente, e di malversazione di fondi pubblici per aver organizzato il referendum del 2017 (ricordo che il ministro spagnolo delle finanze, da Madrid, disse lui stesso che non era vero). C’è anche una impressionante azione dei tribunali impegnatissimi a denunciare il presidente della Generalitat (il governo catalano) Torra, e con lui molti sindaci, perché espongono su balconi di proprietà pubblica striscioni e lacci gialli per chiedere la libertà dei prigionieri politici.

Come se da noi denunciassero le amministrazioni che chiedono la verità per Giulio Regeni.

Non parliamo poi del clima di odio creato ad arte dalla destra neofranchista spagnola (Vox in prima fila), guidata da Santiago Abascal, amico di Salvini con cui si fa fotografare abbracciato, lo stesso leader leghista che, in una sorta di rivoluzione copernicana, per anni ha indossato t-shirts con la bandiera catalana indipendentista. E’ un clima che si sente dappertutto nella penisola iberica, a maggior ragione usato da tutti, socialisti di Sanchez compresi, perché siamo in piena campagna per le elezioni del 10 novembre.

Un video, diffuso da Tsunami Democratic, piattaforma che nasce dal basso per un’azione non violenta che contrasti la repressione, vede il viso notissimo di Pep Guardiola che chiede al mondo di aiutare la Catalogna contro la repressione. Lo trovate con traduzione in italiano sulla mia pagina di Facebook https://www.facebook.com/luis.cabases

Leggetelo, ascoltatelo. Dal viso di Guardiola traspare lo spirito dei catalani indipendentisti di questi giorni. E’ un viso calmo, ma nello stesso tempo, furente per cosa avviene. Ed è il viso di noi catalani, quelle centinaia di migliaia che sono in strada da ieri ad oltranza.

Luis Cabasés