Breve storia della produzione TV

La Televisione in Italia si è sviluppata in regime di monopolio pertanto la sua storia coincide largamente con la storia della RAI. Pur in presenza della rivoluzione derivante dall’ingresso della TV commerciale nel settore, si possono ancora individuare nel sistema italiano, anche nella TV privata, i segni di questo “imprinting”.

Come avviene per i nuovi media la nascita della TV viene vista da molti con sospetto. All’interno della RAI molti temono di essere trasferiti in TV ritenendo che continuerà ad essere la sorella minore della Radio (oggi avviene con Internet). Basandosi sul prezzo elevato dei televisori, molti ritengono che il numero di abbonati non sarà mai alto e intravedono in questo una contraddizione tra il ruolo assegnato alla televisione di intrattenimento delle masse, divertimento dei poveri, e la impossibilità del pubblico a cui è destinata, ad accedervi. La televisione in Italia è conosciuta attraverso i film americani dove è normalmente rappresentata in quanto già parte integrante della società. Ma proprio il mondo del cinema teme (come al solito) che il nuovo mezzo possa distruggere il precedente (this will kill that) e quindi cerca di arginarne lo sviluppo: chiede di essere rappresentato negli organi sociali della RAI, chiede che le trasmissioni più popolari non coincidano con le serate di maggior afflusso delle proiezioni cinematografiche, chiede che sia trasmesso un solo film alla settimana, il lunedì, giorno di minor frequentazione delle sale.

Questi vincoli accelerano le produzioni di sceneggiati e di altri prodotti “artigianali” confezionati all’interno della RAI. Sul piano produttivo e gestionale il salto è grosso. La produzione TV è molto più complessa e costosa di quella radiofonica, richiede l’allestimento di scenografie, la gestione di cineteche e il ricorso ad acquisti e ad appalti (sconosciuti alla radio). Tutti i gruppi ideologici (dai comunisti alla Chiesa) vedono di malocchio una TV americana troppo spettacolare, commerciale, consumistica. Le ferite della guerra sono ancora aperte, per cui alla limitazione del numero di film trasmissibili non corrisponde un massiccio acquisto di telefilm americani (gli unici sul mercato), questo rifiuto ideologico della tv commerciale fa prevalere un modello gestionale lontano da quello di business, proprio della TV americana, che prevede il maggior contatto inserzionistico col minor costo di produzione del programma. La natura monopolistica della RAI, la necessità di produrre molto all’interno, il carattere pedagogico che si assegna al mezzo, fanno prevalere un modo artigianale e poco standardizzato di produrre, attento più all’efficacia che all’efficienza e rivolto più ad ottenere il consenso di settori qualificati (uomini di Chiesa, uomini politici, intellettuali) che del pubblico.

La Rai resta una propaggine della SIP che impone un’organizzazione tipica delle imprese radioelettriche, e su questa organizzazione si inserisce surrettiziamente il modello artigianale di produzione televisiva. Nella fase della sperimentazione la TV rappresenta un settore a sé stante cui vengono assegnate tutte le figure professionali necessarie (tecnici, programmisti, giornalisti, amministrativi). La sperimentazione (come al solito) parte da Torino, poi entra in campo Milano e proprio a Milano si insedia un gruppo dirigente dotato di ampia autonomia. Nel 1955 si ha il rientro della TV nella organizzazione generale RAI ed il baricentro diventa romano. Nascono la Direzione Programmi TV e la potente Direzione Tecnica. La Direzione programmi può operare con una certa libertà gestionale ma può operare solo nell’ambito dei budget assegnati ai singoli programmi, può affrontare costi solo se riconducibili ad un singolo programma, non può scaglionare i costi su più esercizi (si va per cassa) e quindi non è in grado di pianificare una vera attività di produzione di carattere strategico. Il controllo reale viene detenuto dalla Direzione Tecnica e dalla Direzione Amministrativa fortemente modellate sull’organizzazione dell’industria elettrica. Manca un’attenzione specifica al momento produttivo. Quando le esigenze della produzione si scontrano con le logiche amministrative, per la gestione della TV si applica il concetto di deroga alle regole esistenti più che il loro ripensamento.

Il concetto di deroga e di “caso per caso” genera una frammentazione dell’azienda e la nascita di logiche indipendenti. Per mantenere l’unitarietà dell’Azienda viene creata la Direzione del Personale che assume un ruolo improprio di tipo strategico.  Ai centri di Torino e Milano che hanno condotto la sperimentazione si affianca quello di Roma e più tardi quello di Napoli. Vi è un solo complesso tecnico per la Radio e per la Televisione, un solo complesso amministrativo generale a differenza di Roma dove i due centri di produzione Radio e TV sono separati. A Roma l’informazione fa capo alla Direzione Servizi Giornalistici, mentre negli altri Centri nascono Redazioni informative locali.  I cameramen, gli addetti alle apparecchiature di regia e di messa in onda dipendono dal settore tecnico, il resto del personale fa capo al Complesso Programmi TV che opera in grande autonomia amministrativa (l’Economato provvede quasi esclusivamente a ratificare le scelte a consuntivo). Tutti si sentono “creativi” e in questo clima si consolida il clima di “bottega artistica”. In ogni Centro vi è un gruppo autonomo, praticamente autosufficiente dal punto di vista ideativo e produttivo che si identifica più in ciò che sta facendo che in una logica di impresa. La logica è quella della “commessa” alla quale viene assegnato un budget e il cui costo viene calcolato sommando tutti i costi compresi quelli delle spese tecniche e viene enfatizzata la non ripetitività la non serialità della produzione. Ogni commessa fa storia a sé.

Con il passare del tempo i Centri diventano sempre più strutture che ospitano programmi pensati a Roma. La perdita di autonomia e dell’intreccio tra ideazione, progettazione e realizzazione, tipica della prima fase fa nascere nei Centri una forte insoddisfazione (che perdura ancora oggi): l’artigianato prosegue ma con una scissione tra il momento ideativo e quello realizzativo. Per attutire il disagio si introducono le conferenze trimestrali di programmazione dove i responsabili dei Centri avanzano proposte che, se accettate, originano commesse assegnate ai Centri proponenti.

Il quindicennio 1960 -1975 vede lo sviluppo della TV che passa dal consumo nei locali pubblici dell’inizio a quello familiare, campagna compresa. Il canone resta immutato e quindi perde progressivamente valore ma il forte incremento di abbonamenti assicura comunque forti entrate all’azienda. La produzione può farsi più complessa e costosa ma la tranquillità finanziaria prolunga il clima di bottega d’artista. Non viene percepita la necessità di interventi di razionalizzazione in un’azienda senza fine di lucro che opera in un clima economico più che soddisfacente tanto da alimentare un clima euforico disgiunto da qualunque visione strategica. Non viene percepito che il carattere pubblico della RAI non può e non deve essere un alibi per non dotare l’azienda di una logica di impresa. Nel 1962 con l’introduzione del videoregistratore si acquista la possibilità di distanziare il momento produttivo da quello della messa in onda. Non viene colta l’opportunità di razionalizzare il modello produttivo con la possibilità di pianificare nei tempi e nelle risorse le commesse. L’unico vero risultato è che si dilatano enormemente i tempi di realizzazione del prodotto arrivando a realizzare cinque – dieci minuti di prodotto finito al giorno, rapporto ammissibile per opere di grande pregio ma non per la routine.

L’obiettivo del gruppo dirigente non è tanto quello di razionalizzare l’impresa ma di massimizzare il consenso ed in questo periodo inizia la progressiva dipendenza dell’Azienda dai gruppi di potere esterni. Inizia anche il rapporto con il grande cinema (finanziamento alla produzione di film in cambio della riserva dei diritti di trasmissione). Dalle ricostruzioni in studio di opere teatrali si passa alla realizzazione dei grandi sceneggiati. Mentre negli Stati Uniti vi è una separazione netta tra “broadcaster”, cioè la grande rete di distribuzione costa a costa, e la produzione, con una specializzazione di Hollywood nella realizzazione di film per la TV, la Rai  pur avendo una rete di impianti trasmittenti molto più complessa di quella statunitense, non delega il momento produttivo all’industria cinematografica e rivendica il ruolo pedagogico nel svolgere una politica culturale, nella formazione del gusto dell’utente e nell’affermazione di “valori”. 

Sul finire degli anni sessanta l’opinione pubblica comincia ad accusare la RAI di sprechi. Una commissione di tre saggi esterni (Salvatore Bruno, Gino Martinoli, Giuseppe De Rita) propone l’adozione di task forces costituite di volta in volta per i singoli programmi al fine di ridurre la distanza tra momento ideativo e quello produttivo (è l’apoteosi della logica della commessa). Alla Direzione Rai viene chiesto di mantenere l’unitarietà dell’Azienda e la Direzione del Personale assume ancora più potere. Gli addetti ai programmi chiedono che alla RAI degli ingegneri (prima) e dei burocrati (poi) e dei giornalisti subentri finalmente la Rai dei programmisti. Nella società post-sessantottina le polemiche non sono più episodiche e ci si interroga sulla funzione e sulla natura della RAI. Qualcuno sogna una sorta di Hyde Park, un’assemblea aperta, un immenso talk show aperto a tutti. Accanto al pluralismo nasce il mito del “rapporto col territorio”.  L’attenzione si concentra sull’informazione e sul modo di dar voce ai fermenti presenti nel paese, gli uffici tecnici e amministrativi dovranno diventare un supporto delle Reti e delle Testate e non i loro controllori.

Questo punto di vista è talmente radicato che la legge di riforma del 75 stabilirà impropriamente le linee guida di organizzazione della concessionaria. Il controllo della RAI passa al parlamento inizia la fase definita “lottizzazione”. Alla base della ristrutturazione vi è il progetto “Bolacchi” (docente di sociologia e Consigliere di Amministrazione RAI). Le Regioni cercano di contrastare la direzione romanocentrica della Rai e cercano di convincere l’azienda a spostare il baricentro della produzione dalle grandi produzioni in studio agli eventi allestiti all’esterno. Si punta sulla pluralità di fonti ideative disseminate sul territorio (Roma uguale a Campobasso). I Centri di Produzione diventano puri stabilimenti e sono separati dalle Sedi Regionali che acquistano, specie nel caso di presenza di un Centro di Produzione, un certo peso.

L’attuazione del progetto Bolacchi comporterebbe la perdita di potere delle reti (appena lottizzate) ed il trasferimento di personale da Roma in periferia e pertanto non si realizza. I NIP (nuclei ideativi e produttivi) non troveranno mai riscontro nella realtà. Soltanto la terza Rete offre qualche spazio ai programmisti delle varie città con i rarissimi RN (programmi realizzati in periferia e irradiati in rete nazionale) e i più numerosi RR (un’ora di programmazione settimanale realizzata e irradiata a livello locale).  Ma la struttura che dovrebbe coordinare all’interno della terza rete le proposte del territorio con Angelo Guglielmi inizia a produrre programmi in proprio per cui la riforma nata per ridurre il distacco tra centro e periferia finisce con l’aumentarlo. Anni dopo Il tentativo anni dopo di Pier Luigi Celli di trasformare la RAI in un’Impresa Televisiva fallisce clamorosamente.

Ancora oggi non viene percepito che il carattere pubblico della RAI non può e non deve essere un alibi per non dotare l’azienda di una logica di impresa. A distanza di molti anni dall’ultima riforma della RAI permane l’imprinting e la produzione è ancora prevalentemente indirizzata al mercato interno e sempre più condizionata dagli inserzionisti pubblicitari. L’ideazione è ormai praticamente fuori RAI e affidata a ditte esterne. Il prodotto è difficilmente vendibile sul mercato internazionale. LA BBC che non ha un minuto di pubblicità incassa quasi il doppio della RAI. Tutti in Italia ammirano la BBC e la qualità dei suoi programmi. Tuttavia nessun cittadino sarebbe disposto a pagare un Canone RAI doppio e nessuna forza politica avrebbe il coraggio di proporlo. Nessuna forza politica purtroppo ha la minima idea di che cosa debba essere il Servizio Pubblico Radiotelevisivo nell’era della rivoluzione digitale e della convergenza tra i media, e si continua tranquillamente ad ignorare il problema accontentandosi di ricorrere a gratificanti slogan.

Maurizio Ardito

già direttore della produzione TV RAI