Le lacrime di Jordi

Jordi ha 28 anni. Catalano di Vic, una delle capitali gastronomiche della Catalunya, da due anni è un mosso d’esquadra, un poliziotto del corpo autonomo catalano. Da quindici giorni si occupa di ordine pubblico, in tenuta antisommossa, armato anche di manganello e, spesso, la sua pattuglia è affiancata ad un’altra composta da guardias civiles, i poliziotti statali, analoghi ai carabinieri italiani. Jordi deve mettere le mani su una manifestante seduta per terra, a corpo morto, che gli sorride, per spostarla al fine di garantire il passaggio di una camionetta della guardia civil che sta sequestrando documenti dalla sede della Conselleria d’Economia del Govern de Catalunya. Jordi esegue, non può disobbedire. Lo fa in modo gentile, parla con la ragazza che continua a sorridere, la invita ad alzarsi. A un certo punto sulla guancia di Jordi spunta una lacrima, poi
un’altra, poi anche dall’altra parte. E’ una commozione che prende tutti, Jordi e la ragazza, i manifestanti intorno. L’intervento di ordine pubblico diventa un abbraccio collettivo, forte e caldo. La ragazza si sposta, la gente applaude e conforta il giovane poliziotto. Jordi per loro è un eroe, costretto ad ubbidire perché un governo di destra, che sta a Madrid, ha deciso di non parlare, ma di reprimere, di non dialogare, ma di intervenire, di non sentire, ma stangare.

Questo è il clima di Barcellona in queste ore perché di fronte ad una rigida posizione del governo di destra di Mariano Rajoy la risposta dei catalani è nelle strade, massiccia, spontanea e gentile, con offerte di garofani ai poliziotti che inseguono “paperetes”, le schede, e urne, che sequestrano cartelli elettorali e arrestano funzionari e tipografi che stanno facendo il proprio lavoro sulla base di leggi del Parlament de Catalunya. La scelta di Madrid, della destra che non ha dimenticato la Spagna divisa tra i padroni ed i sottomessi perché diversi di colore e di territorio, sta affossando la nazione iberica così come la vediamo da quarant’anni. E neanche la sinistra rappresentata dai socialisti del PSOE e dai cugini catalani del PSC sta facendo una grande figura, impaurita dal fatto che, con una Catalunya indipendente, verrebbe meno una delle gambe più importanti della propria forza elettorale, anche alla luce di una crescita di Podemos.

Intanto il primo di ottobre si avvicina. La determinazione dei catalani, auspicata anche dal governo del presidente Puigdemont, che ha invitato “alla serenità, alla pace, alla fermezza, alla non raccolta di provocazioni”, è palpabile. Le famiglie, non gli esagitati, scendono in piazza per chiedere l’indipendenza e la possibilità di votare. Madrid risponde che sono tutti golpisti e che la Costituzione non prevede referendum. Una via di non ritorno. Intanto l’Europa tace. Ma da ogni parte del mondo aumentano le espressioni di solidarietà con i catalani e per il loro diritto al voto.

Luis Cabasés