Media e scienza. Il caso di TGR Leonardo

Il telegiornale scientifico TGR Leonardo va in onda dal 1992 su RAI 3. Guardare alle idee che lo hanno ispirato e ai modelli organizzativi che la redazione si è data nel corso degli anni significa anche osservare da un punto di vista privilegiato l’evolversi del rapporto tra media e scienza nell’era digitale, perché è proprio a partire dalla fine degli anni Novanta che il web ha profondamente modificato il modo di lavorare dei giornalisti e le aspettative del pubblico nei loro confronti: una trasformazione inizialmente graduale e oggi tale da porre problemi nuovi e per molti versi inaspettati. 

Quando nacque TGR Leonardo era l’unico telegiornale scientifico in onda su una rete televisiva generalista di grande ascolto. Non esistevano altri esempi, né in Italia, né all’estero. Non avevano la forma del telegiornale le fortunate trasmissioni scientifiche di Piero Angela, fondate sull’intuizione che si potesse fare della scienza uno spettacolo senza rinunciare al rigore dell’esposizione, e quelle meno significative dei suoi improvvisati epigoni. Quando la digitalizzazione rese tecnicamente possibile la proliferazione delle emittenti, non si scostarono dal modello Angela neppure i canali tematici dedicati alla scienza e alla tecnologia, peraltro rintracciabili a fatica sul telecomando e poco seguiti.

TGR Leonardo va in onda alle 14.50, dal lunedì al venerdì e da ottobre a maggio, con una sospensione dovuta ai palinsesti estivi. Fino all’anno scorso proponeva al suo pubblico dieci minuti al giorno di informazione scientifica, ambientale e sociale. Nell’attuale palinsesto i minuti sono diventati quindici, ma le caratteristiche della trasmissione non sono cambiate: la formula è quella del quotidiano che insegue l’attualità e lavora con i ritmi veloci imposti dalla cronaca. A titolo di esempio, il nome del vincitore del premio Nobel per la fisica, tradizionalmente diffuso dall’accademia delle scienze svedese alle 11.30 del mattino, deve essere pubblicato il giorno stesso. Dunque il giornalista incaricato ha solo tre ore di tempo per confezionare un servizio che vada oltre il semplice annuncio di un telegiornale generalista e approfondisca l’argomento. Un compito impossibile senza  le competenze specifiche di una redazione specializzata, che la  Testata Giornalistica Regionale creò a Torino nel 1992 distaccando dalla redazione regionale  un piccolo nucleo di giornalisti nel quadro di una bella e oggi quasi dimenticata idea di decentramento produttivo.

I primi redattori di TGR Leonardo dovettero affrontare problemi non da poco. Avevano un generico interesse per i temi scientifici e tecnologici, ma non avevano una specifica formazione scientifica. Fecero di necessità virtù, e scelsero di affrontare la sfida con gli strumenti tipici del giornalista professionista: la curiosità, la capacità di costruirsi una affidabile rete di relazioni, la voglia di parlare a un pubblico vasto, senza troppi tecnicismi.

Il web muoveva i primi passi. Google sarebbe arrivato soltanto alla fine degli anni Novanta. Si lavorava con le riviste scientifiche e le enciclopedie, con il telefono e soprattutto – per dirla con una frase cara ai cronisti del tempo – consumando la suola delle scarpe. Divenne anche chiaro che un telegiornale scientifico aveva bisogno di immagini non facilmente reperibili nei normali circuiti televisivi. I laboratori, con le classiche riprese dei microscopi e delle pipette, non bastavano:  servivano immagini dal mondo, animazioni, grafici e tabelle.  E poiché accadeva spesso che si trattassero temi di carattere più generale, come le tecnologie e l’ambiente, fu necessario costruire un repertorio in grado di far fronte alle necessità dell’ultima ora. Le migliaia di cassette raccolte nel corso degli anni, catalogate per argomento, sono attualmente in fase di digitalizzazione e rappresentano un patrimonio unico in Italia.

A chi parlava e parla la redazione? Fin da principio fu chiaro che gli scienziati in quanto tali non erano né interessati né raggiungibili: nel chiuso dei loro laboratori parlavano un linguaggio troppo specialistico per pensare alla televisione come strumento di informazione e dialogo. La messa in onda su una rete generalista suggerì  la ovvia risposta. Troppo breve per raccogliere un pubblico proprio, TGR Leonardo si rivolse a chi era sintonizzato su RAI 3 a quell’ora, e quindi agli spettatori dei telegiornali locali e nazionali che lo precedevano nel palinsesto. Spettatori generici, non particolarmente attratti dai temi scientifici, ma curiosi del mondo e disposti a restare davanti al televisore per saperne di più su argomenti trascurati dal mainstream delle notizie, oppure per scoprire che dietro alle notizie ascoltate in precedenza si nascondevano problemi e risvolti inaspettati.

L’avere individuato questo tipo di pubblico come proprio target di riferimento ha portato TGR Leonardo nel corso degli anni a allargare il ventaglio degli argomenti trattati. Non solo scienza, dunque, ma tecnologia, ambiente, cultura, economia, problemi sociali.  E molta cronaca, trattata dal punto di vista specifico della trasmissione. Due esempi per tutti. I dati macroeconomici sono spesso al centro del dibattito politico. Pochi, però, spiegano le tecniche statistiche usate per raccoglierli, o le controversie teoriche sulla idoneità del PIL, il prodotto interno lordo, per misurare il benessere di una nazione. La propaganda bellica ha fatto delle armi intelligenti uno dei suoi cavalli di battaglia, ma raramente l’opinione pubblica è stata informata sulle caratteristiche tecniche e i margini di errore che le rendono molto meno intelligenti di quanto si creda.

L’altro problema che i redattori di TGR Leonardo dovettero affrontare fu quello del linguaggio. Un servizio di telegiornale dura in media un paio di minuti, che corrispondono a un testo di circa 25 righe. Molte meno quando nel servizio compaiono anche le voci degli  intervistati. Spiegare argomenti complessi nello spazio che sulla carta stampata viene normalmente riservato a una breve notizia di cronaca non è facile, anche perché la televisione impone una struttura del discorso semplificata: a differenza del lettore, lo spettatore non ha la possibilità di rileggere quando non capisce qualcosa.

La capacità di sintesi è ovviamente fondamentale, ma a volte non basta. Ci sono argomenti, come la matematica, che a causa dell’elevato livello di astrazione non si prestano a una trattazione televisiva. Altri sono così specialistici da risultare di scarso interesse per il grande pubblico, e dunque li si può affrontare soltanto inquadrandoli in un contesto più generale, cercando di evitare il rischio delle semplificazioni eccessive e quello, strettamente connesso, del sensazionalismo. Troppe volte giornali e televisioni hanno annunciato molecole miracolose in grado di sconfiggere il cancro, quando in realtà si trattava di ricerche di base ben lontane dal risultare efficaci a livello clinico.

Il format, la scelta dei contenuti, l’attenzione al tipo di pubblico e lo sforzo per raggiungerlo con un linguaggio semplice che non rinunci al rigore sono rimasti al centro delle preoccupazioni di TGR Leonardo per tutta la durata della sua venticinquennale presenza in palinsesto. Ma in un quarto di secolo nel mondo sono intervenute profonde trasformazioni, e l’era della comunicazione digitale ha introdotto cambiamenti nel modo di lavorare della redazione e nel rapporto che si è venuto a creare con il pubblico.

Non si tratta soltanto di una rivoluzione tecnologica.  Con il web, e in particolare con i social, è crollata la barriera che separa chi produce informazione – una condizione che in in Italia è addirittura sancita dall’esistenza di un ordine professionale –  e chi la consuma, comperando i giornali, ascoltando la radio o guardando la televisione. Oggi chiunque può mettere in rete i suoi contenuti con costi accessibili: può dare notizie, rilanciarle, diffondere idee e criticare quelle altrui, mobilitare le coscienze per sostenere cause più o meno nobili. Il numero di chi lo fa è in continua crescita, mentre la carta stampata è entrata in una crisi probabilmente irreversibile. Le ultime rilevazioni sulla diffusione dei principali giornali italiani sono drammatiche: Repubblica scende sotto le 200 mila copie e torna ai livelli di 35 anni fa. La Stampa è ferma alle 120 mila copie. Il Corriere della Sera a 205 mila. Quanto alla televisione,  quella generalista sta per essere soppiantata da chi offre contenuti on demand fruibili su tablet e telefonini. Su piattaforme come Netflix, Apple, Google e Amazon l’utente ha un ruolo attivo, perché si costruisce un proprio palinsesto, fruibile in qualsiasi momento della giornata, e lo può integrare con informazioni provenienti da altre fonti.

Come in tutte le rivoluzioni, gli scenari sono in rapida evoluzione, e ci sono pro e contro.Vediamo innanzitutto quello che è cambiato per la redazione di TGR Leonardo.

Tra i pro c’é la possibilità di avere accesso in tempi rapidissimi alla sterminata mole di informazioni e dati grezzi disponibile sul web, e quella altrettanto immediata di potersi mettere rapidamente in comunicazione con chiunque in qualunque parte del mondo per ricevere o trasmettere questi dati. Tra i contro c’é che la rapidità è diventata essenziale per essere competitivi. Abbiamo visto che per la televisione la rapidità è sempre stata importante. Ma oggi perfino il redattore di un quotidiano cartaceo o di una rivista è costretto ad anticipare i tempi per la pagina web del giornale, Twitter o Facebook. Dunque diminuisce il numero dei giornalisti che si dedicano con la calma necessaria a una inchiesta o un approfondimento, e aumenta il numero di quelli che lavorano al computer confezionando notizie prese dalla rete. Lo si può fare più o meno bene, ma c’é un evidente rischio di omologazione, perché i risultati dipendono dagli algoritmi elaborati dai motori di ricerca, che non sono sempre in grado di portare nelle pagine iniziali i risultati più significativi. Quello che viene trovato, poi, è spesso un contenuto messo in rete dal soggetto interessato. Un elemento che in tempi passati avrebbe suscitato l’istintiva diffidenza di ogni giornalista, e su cui oggi si tende a sorvolare.

Torniamo all’esempio citato, l’assegnazione del Nobel per la fisica. La fonte primaria di tutti i telegiornali e i giornali interessati, compreso TGR Leonardo, è da qualche anno a questa parte il sito ufficiale del premio,  www.nobelprize.org,  che annuncia in diretta il nome del vincitore e mette a disposizione una ricca documentazione fruibile a più livelli, dal comunicato riservato alla informazione generalista ai materiali più complessi per chi vuole approfondire. Tutto molto bello, e soprattutto molto comodo. Ma è ovvio che, avendo deciso di premiare un certo ricercatore,  il comitato per il Nobel non ha alcun interesse a mettere in evidenza le possibili controversie suscitate dal suo lavoro, o i conflitti che potrebbero averlo visto protagonista.

Nel 2008 furono premiati con il Nobel due giapponesi, Kobayashi e Maskawa, per una ricerca sulla fisica delle particelle che si basava in gran parte su una teoria elaborata dal fisico italiano Nicola Cabibbo, con cui avevano collaborato. La mancata assegnazione del Nobel a Cabibbo fu vista come una palese ingiustizia da molta  parte della comunità scientifica internazionale.  È probabile che venticinque anni fa un giornalista di TGR Leonardo avrebbe messo in luce questo aspetto fin dal primo momento, perché per realizzare il servizio si sarebbe messo in contatto con un fisico qualificato conosciuto personalmente nel corso del suo lavoro. Invece il telegiornale ne parlò soltanto il giorno successivo, quando in redazione arrivarono i primi comunicati di protesta. 

Una agenda ben fornita e il contatto diretto con le fonti erano parte essenziale del bagaglio professionale di ogni buon giornalista. Oggi vengono a volte trascurati perché Google è più comodo. Ma il risultato sono i giornali e i telegiornali fotocopia, che allontanano il pubblico anziché invogliare alla lettura e all’ascolto.

E il pubblico? Dalla rivoluzione digitale ha tratto indubbi vantaggi, primo fra tutti quello di essere più informato. Nessuno può pensare di tornare indietro, al mondo asfittico della informazione appannaggio di pochi giornali e di pochi canali televisivi. Ma sulla qualità delle informazioni disponibili occorre fare una seria riflessione, perché quei giornali e  di quelle televisioni, con tutti i loro limiti, erano comunque prodotti da personale qualificato, che ne rispondeva a un direttore e aveva gli obblighi deontologici legati all’appartenenza a un ordine professionale. Almeno in teoria un giornalista era – e ancora è – come un medico, un ingegnere, un avvocato. Dovrebbe  avere competenze specifiche riconosciute, e dovrebbe applicarle in modo corretto nello svolgimento del suo lavoro.

Corretto – si badi – non significa oggettivo, ma onesto. Un giornalista non può mentire, e deve mettere il suo pubblico nelle condizioni di distinguere tra il fatto e le diverse possibili interpretazioni. Ma bisogna aver chiaro che nel  giornalismo l’oggettività non esiste, e quando viene proclamata nasconde in genere qualche condizionamento a qualche forma di potere. Chiunque scriva lo fa sulla base della sua visione del mondo, della sua cultura, delle sue idee politiche e sociali. Lo stesso accade per chi dirige una redazione, per chi costruisce le scalette di un telegiornale, per chi  impagina e titola gli articoli di un quotidiano. La gerarchia delle notizie è sempre arbitraria.

Nell’era del web i giornalisti hanno perso lo straordinario privilegio di essere gli unici a decidere che cosa è degno di essere reso pubblico e che cosa non lo è. Chiunque lo desideri lo può fare. Bastano un computer e una connessione in rete per aprire un blog, una radio è alla portata  di tutti, diffondere un video girato con il telefonino è semplicissimo.  Ma non basta essere mossi dalle migliori intenzioni per essere buoni giornalisti, ed è fin troppo facile immaginare che cosa può accadere – e purtroppo accade sempre più spesso – quando queste buone intenzioni non ci sono.

Tra i tanti esempi che si possono fare, la controversia sull’efficacia e i rischi dei vaccini è particolarmente significativa. Nel 1998 fu pubblicata sull’autorevole rivista The Lancet una ricerca del medico inglese Andrew Wakefield, che sosteneva l’esistenza di un nesso tra l’insorgere dell’autismo e la vaccinazione trivalente per il morbillo, la parotite e la rosolia. Sulla correttezza di questa ricerca la comunità scientifica ebbe da subito molti dubbi, confermati da successive indagini e ricerche. The Lancet ritirò l’articolo, Wakefield venne accusato di frode e nel 2010 fu addirittura radiato dall’ordine dei medici inglese. Questo però non ha impedito la diffusione delle sue idee, periodicamente riproposte in rete dagli avversari dei vaccini, che sono numerosi e aprono continuamente nuovi fronti di conflitto con la scienza ufficiale. Molti genitori, spaventati, rifiutano di vaccinare i figli, e in alcuni paesi i casi di morbillo stanno aumentando in modo preoccupante. Tutti i tentativi di spiegare che la componente di rischio presente quando ci si sottopone a una vaccinazione è statisticamente molto meno significativa delle possibili complicazioni del morbillo vengono semplicemente ignorati, o sbeffeggiati sul web da improvvisati esperti.

Come ha sottolineato l’Oxford English Dictionary proclamandola parola dell’anno nel 2016,  siamo nell’epoca della cosiddetta post-verità, che non è una esclusiva del web, ma ha trovato nel web il suo terreno ideale. Coniato da alcuni studiosi negli anni Novanta per descrivere un mondo dove l’apparenza cominciava ad avere  più importanza della sostanza delle cose, il termine post-verità è diventato di uso comune con la diffusione della rete e dei social: luoghi dove chiunque può dire la sua senza filtri e senza controlli, e il valore di una qualsiasi affermazione non dipende dalla aderenza alla realtà, ma dal numero delle visualizzazioni e dai “mi piace” ottenuti. Campi d’azione perfetti, dunque, per la diffusione delle fake-news e per il gioco vecchio come il mondo di orientare il consenso dell’opinione pubblica attraverso la manipolazione scientifica della verità.

Che il web alimenti le fake-news è un dato di fatto. Ma il legame non è esclusivo.  Facciamo un passo indietro, e pensiamo ai comunisti che mangiavano i bambini, cosa ovviamente non vera, anche se nelle grandi carestie degli anni venti e trenta in Unione Sovietica furono registrati alcuni episodi di cannibalismo, rilanciati in chiave antibolscevica dalla stampa occidentale. Ricordiamoci anche di Saddam Hussein, che secondo Bush e Blair, sostenuti da quasi tutti i più importanti organi di informazione occidentali, nascondeva armi di distruzione di massa.  Una colossale montatura, che ha giustificato agli occhi dell’opinione pubblica l’invasione dell’Iraq e ha cambiato la storia del mondo. Le notizie false, distorte e fuorvianti, ai fini di lotta politica o per vantaggi personali, sono da sempre parte del mondo della comunicazione, dove la disinformazione è una tecnica riconosciuta e accettata, con i suoi specialisti e le sue regole. E sempre lo saranno.

È vero invece che nel mondo digitale e globalizzato la disinformazione non è  più una prerogativa dei governi o dei soggetti privati forti abbastanza da controllare direttamente giornali, radio, televisioni,  oppure di condizionarli con i loro efficienti uffici stampa e con il rubinetto della pubblicità. Oggi chiunque può diffondere in rete, senza filtri, le sue menzogne, che altri, per  ingenuità o malafede, rilanceranno sui social in una catena che nessuna smentita o ragionevole obiezione sembra in grado di fermare.

Bastano questi problemi a giustificare limitazioni degli spazi individuali di espressione, o peggio ancora interventi di tipo censorio? E’ giusto, ad esempio, attribuire ai gestori dei social la responsabilità di quello che viene pubblicato dagli utenti, invitandoli a rimuovere i contenuti “falsi” sulla base di criteri non ben definiti? La Germania sta discutendo una proposta di legge che prevede multe salatissime per le piattaforme che non rimuoveranno entro 24 ore dalla segnalazione i contenuti calunniosi e diffamatori. Ma siamo proprio sicuri che le segnalazioni siano sempre corrette, e fatte nel superiore interesse della verità? È appena il caso di ricordare i ridicoli incidenti nei quali è incorso Facebook rimuovendo immagini di donne che allattano perché qualche misterioso algoritmo le ha ritenute pornografiche. Sempre Facebook vuole avviare una collaborazione con un network internazionale specializzato in fact checking, con l’obiettivo di arrivare a una sorta di bollino di “non attendibilità” per le notizie dubbie, ma non ha reso noti i criteri di giudizio che verrebbero utilizzati.  D’altra parte, a quale titolo sarebbe lecito intervenire in assenza di una palese violazione di legge?  Una esperienza italiana – il caso degli insulti alla presidente della camera Boldrini, i cui autori sono stati identificati da una rapida indagine della polizia postale – ha dimostrato che in presenza di reati come la diffamazione gli strumenti investigativi e giudiziari esistenti sono efficaci: basterebbe aver la voglia  e i mezzi per applicarli. Credere nelle scie chimiche è stupido, ma non è un reato.

In Italia quelle che il resto del mondo chiama fake-news vengono impropriamente definite “bufale”, adottando un modo di dire tipicamente giornalistico che aveva in origine un significato diverso: prendeva una bufala il giornalista che in buona fede, senza i dovuti controlli, dava una notizia falsa credendola vera, ma non aveva l’intenzione  di ingannare il suo pubblico. Insomma, era uno sprovveduto che non sapeva fare il suo mestiere. Oggi anche i meno sprovveduti rischiano l’infortunio professionale, perché nella enorme quantità di dati che si si trovano in rete è difficile orientarsi. I falsi più smaccati sono in genere riconoscibili. Ma c’é tutta una zona grigia di notizie rilanciate senza i dovuti controlli, errori riconosciuti come tali riproposti a distanza di tempo come verità assolute, incomprensioni e fraintendimenti. Qui  la possibilità di sbagliare è sempre in agguato.

Fece scuola, un paio di anni fa, l’allarme lanciato da alcuni organi di informazione,  sull’elevato rischio di tumori al colon retto per i consumatori di carni rosse e insaccati, che scatenò una vera e propria psicosi e un calo dei consumi di carne. La redazione di TGR Leonardo fece il suo mestiere, e si mise in contatto con l’epidemiologo Paolo Vineis, che aveva coordinato gli studi per conto dell’IARC, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Risultò che una relazione c’era, ma i dati andavano interpretati. In particolare era fuorviante dire che un consumatore di carni rosse e insaccati aumentasse del 20% le sua possibilità di ammalarsi, come frettolosamente veniva scritto sul web.  Secondo Vineis, i dati dimostravano semplicemente che 5 persone su cento nel corso della vita si sarebbero ammalate di tumore del colon retto a prescindere dal consumo di carne. Immaginando un consumo giornaliero di 50 grammi di carni e insaccati, si poteva pensare che la percentuale sarebbe aumentata del 20%, e cioè che si sarebbero ammalate 6 persone ogni cento. Un dato statisticamente significativo, ma molto meno preoccupante. E non tale, sempre secondo Vineis, da giustificare l’allarme planetario che ne era seguito.      

Risalendo alla fonte primaria la redazione di TGR Leonardo ha evitato di ripetere l’errore commesso da molti altri organi di informazione. Una rapida ricerca su Google dimostra però che ancora oggi molti giustificano il loro rifiuto delle carni rosse e gli insaccati non come una legittima scelta alimentare, ma citando in modo inesatto i risultati di quella ricerca. Lo stesso accade in molti altri campi. Ed è per questo che il web ha più che mai bisogno di una informazione corretta, rispettosa dei fatti e aperta al confronto. Le sue distorsioni non si combattono con le regole imposte dall’alto, ma valorizzando i prodotti di qualità, e educando al suo uso, a partire dalla scuola. 

L’esperienza di TGR Leonardo è piccola, ma significativa. Per RAI 3 è una trasmissione di successo, seguita quotidianamente da oltre un milione di persone, con uno share variabile tra il 7 e il 11%, nonostante un orario di messa in onda non particolarmente felice. Molti lo cercano sul web, dove si si trova l’archivio delle puntate, e intervengono via mail con le loro critiche e le loro proposte. Nelle rilevazioni sulla qualità percepita, che la RAI curiosamente non pubblicizza, è costantemente ai primi posti tra le rubriche giornalistiche. La redazione cerca, nei limiti dell’organico e del budget disponibile, di applicare le vecchie regole del giornalismo: andare di persona sul luogo degli avvenimenti, controllare e incrociare le fonti, documentarsi.  Può sembrare poca cosa, ma bisogna essere consapevoli che non alzare mai il naso dal computer non è giornalismo. Copiare un comunicato stampa non è giornalismo. Mettere un microfono sotto il naso dell’intervistato rinunciando a ogni contraddittorio non è giornalismo. E’ a causa di queste distorsioni che la narrazione si svincola dai fatti, l’incompetenza viene sdoganata, e si perde il rapporto con la verità. Il web amplifica. Ma la colpa non è soltanto sua.

Battista Gardoncini