La Stampa non abita più qui

Siamo alle battute finali, l’integrazione di Itedi (La Stampa e Il Secolo XIX) con Repubblica è ormai sulla linea del traguardo. Dopo il via libera del cda del Gruppo Espresso all’aumento di capitale e alla conseguente operazione di acquisizione della società torinese, i giochi sono fatti. Per la prima volta nella storia della Stampa (150 anni dalla fondazione e 91 anni di proprietà della famiglia Agnelli) il quotidiano, celebrato per l’eccellenza dei suoi giornalisti e lo spirito liberal (e aggiungo la bellezza grafica di questi ultimi anni), cambia editore e trasferisce  la proprietà a Roma. Ovvero, se ne va da Torino l’ultima casa editrice di questa città. Perché, alla fine, è esattamente questo quello che accadrà tra un mese.  La famiglia Agnelli, o meglio John Elkann nipote dell’Avvocato, perde il suo giornale, che entra in un gruppo potente e certamente di primo piano, ma la cui dirigenza, e quindi il potere decisionale, non abita qui.

Le domande che tutti si sono fatti in questo anno sono state tante. La Stampa continuerà ad esistere? Che giornale sarà? Con quali e quanti giornalisti?  Domande legittime, considerata la grave crisi del mercato e dell’occupazione. Tuttavia, non è questo il punto centrale. La Stampa, e non ci sono segnali contrari, proseguirà il suo cammino, continuerà ad avere i suoi redattori, modificherà i contenuti e gli obiettivi di mercato, ma il giornale sarà sempre lì, in rete e nelle edicole.  Lo ha detto più volte John Elkann, c’è da credergli, ma il dato di fatto concreto è che il giornale non sarà più suo, non sarà più il quotidiano della Fiat (o Fca) che entra nel gruppo con una quota di minoranza. Se sarà un bene o un male lo diranno i lettori, sarà in ogni caso un passaggio epocale. Che alla festa dei 150 anni al Lingotto è stato abilmente aggirato.

Torino,  anche se verranno garantite l’indipendenza della testata e l’ autonomia decisionale nei contenuti, non sarà più la città de La Stampa.  Un po’ com’è accaduto all’Einaudi. In fondo la casa editrice è rimasta qui, ma la testa pensante è nella Mondadori di Berlusconi a Milano. E’ lì che si decide, che si costruisce, che si programma. Einaudi è uscita Torino, La Stampa si è avviata sulla medesima strada. La città, che nei primi del Novecento vantava una dozzina di quotidiani, e una infinità di piccole e grandi case editrici, perde il suo ultimo tassello. Lo stesso Tuttosport (l’altro glorioso quotidiano cittadino) non è più un giornale di Torino. Entrato nel gruppo Amodei del Corriere dello Sport di Roma è da questo che dipende. Per strategie manageriali, vendita, distribuzione. Basti pensare che nel Centro e Sud Italia, dove la Juventus (tema principe di Tuttosport) conta decine di migliaia di tifosi e di potenziali lettori, non è più distribuito.

Lo stesso De Benedetti, che i conti li sa fare, ha fatto intendere che qualche taglio sarà necessario per ottimizzare i costi del nuovo mega gruppo. Di produzione e di amministrazione, ovviamente, non di lavoro redazionale. Per ora. Dunque, il campo di gioco sarà a Roma. In tutta questa rivoluzione, comunque vada, Torino avrà perso l’ultimo pilastro del suo peso culturale. Ad oggi nessun esponente politico di questa città (da sinistra a destra, passando per il M5S) ha detto sciopa, e non mi veniva un termine linguistico migliore. Cioè la politica non si è espressa, silenzio totale su tutto il fronte. Chiamparino e Fassino, fin che è stato sindaco, hanno espresso qualche preoccupazione sul fronte dell’occupazione dei collaboratori del giornale. Mai una parola per dire che da Torino se ne va l’ultimo editore. E così la sindaca Appendino, che appare del tutto estranea a quello che accade.

E’ giusto così? E’ normale? In uno stato di crisi perenne, in gran parte determinata dall’insipienza degli editori, può darsi che non abbia più nessuna importanza che Torino abbia un peso culturale in questo Paese. Sono quasi certo che l’Avvocato non l’avrebbe pensata così. Ma in fondo, quelli erano altri tempi. Quando prima di dichiararsi sconfitti valeva la pena combattere almeno l’ultima battaglia.

Giorgio Levi

dal blog www.giorgiolevi.com