Trump, gli insulti non bastano

Se fossi stato americano  avrei votato Hillary Clinton. Non troppo contento, perché avrei preferito Bernie Sanders, e un po’ preoccupato dalla chiara propensione della signora a risolvere i problemi di politica estera usando i bombardieri. Ma dall’altra parte c’era Donald Trump, e dunque la scelta, almeno per me, era obbligata.

Tuttavia penso che l’accanimento nei confronti dei limiti caratteriali di Trump mostrato in questi giorni dalla stampa – quella stessa stampa che in campagna elettorale considerava l’elezione della Clinton una semplice formalità – sia quantomeno controproducente.

Bisogna accettare il fatto che la destra americana è tornata al governo per restarci. Rozzezza e folklore a parte, Trump viene da lì, ha vinto le elezioni con un programma chiaro e si sta organizzando per realizzarlo. Durante la campagna elettorale ha fatto di tutto per presentarsi come un candidato anti-sistema, ed è su questa base che ha preso i voti di un elettorato non raggiungibile in altro modo. Non è detto però che gli convenga  persistere in questo atteggiamento.

Per molti versi Trump è simile ad altri presidenti repubblicani, come Reagan e i Bush padre e figlio. Anche lui vuole fermare l’immigrazione clandestina erigendo nuovi muri,  estrarre petrolio senza preoccuparsi dell’ambiente e impedire gli aborti. Anche lui sta scegliendo i suoi uomini all’interno dell’establishment politico-militare. Ma è anche convinto che gli affari vengano prima di ogni altra cosa e sembra meno disposto dei suoi predecessori a intervenire nelle faccende altrui minacciando guerre e a volte facendole. Due aspetti che meriterebbero più attenzione, almeno in questa Europa alla affannosa ricerca di una comune identità e fortemente interessata al mantenimento di buone relazioni con Putin e il suo gas.

Resta, ovviamente,  il fastidio per l’uomo e per quello che rappresenta. Ma le solide maggioranze conquistate dai repubblicani alla camera e al senato dimostrano che in politica nulla accade per caso, e che la vittoria di Trump non è stata un incidente di percorso.

La crisi dei democratici aveva radici profonde, che soltanto il fascino personale di Barack Obama era riuscito a tenere in parte nascoste. Ora gli sconfitti si stracciano le vesti per la pessima scelta di candidare Hillary Clinton, gridano al disastro imminente e affollano le strade con grandi manifestazioni di protesta. Reazioni comprensibili e purtroppo inutili se non saranno seguite da una profonda riflessione  sulle cause della sconfitta. 

Serviranno calma, tempo e idee nuove. Come peraltro dimostra la storia.

Quando diventò presidente George Bush Junior aveva alle spalle la macchina elettorale di famiglia e l’apparato del partito, ma non era poi così  diverso da Trump. Veniva da una famiglia di petrolieri coinvolta in numerosi affari poco chiari,  aveva un passato di alcolizzato da cui  era uscito dopo  una crisi mistico-religiosa che gli aveva lasciato in eredità una visione del mondo a dir poco manichea, non era né intelligente né colto.  Ma attorno a lui si è coagulato un ramificato sistema di potere e, sia pure con qualche aiutino della corte suprema al momento della rielezione, per otto lunghi anni ha avuto nelle sue mani il destino degli Stati Uniti e del mondo.

C’e’ da sperare che Trump non vada oltre  i primi quattro. Ma per fermarlo non basteranno gli insulti.

Battista Gardoncini