Lo scandalo della Banca Romana

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FCA è accusata di aver barato sulle emissioni dei suoi veicoli. Rischia una multa di 4,6 miliardi, e il titolo è crollato in borsa del 16%, ma Marchionne è convinto di non aver fatto nulla di male e assicura orgogliosamente di non essere stupido.

Alitalia ha ancora una volta l’acqua alla gola. Perde un milione al giorno, e le stime più ottimistiche dicono che per risollevarla servirebbe almeno un miliardo. Intanto i suoi manager italo-arabi, nel mirino perché in questi anni non sono stati capaci di elaborare una efficace strategia industriale,  hanno pensato  bene di proporre la solita ricetta del taglio del personale. 

Per salvare quattro banche, compresa l’Etruria resa famosa dal papà del ministro Boschi, il fondo di risoluzione, cioè la banca d’Italia, cioè tutti noi, sta per fare un regalo fiscale di circa 600 milioni a UBI Banca, che se le accollerà al prezzo simbolico di un euro. Soldi che si aggiungono agli oltre due miliardi già sborsati nel 2015 per rimettere un poco in ordine i conti dissestati dei quattro istituti.

Sul fronte Monte dei Paschi, il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan ha detto di avere piena fiducia nel suo management, e ha respinto la  richiesta di rendere ufficialmente noti i nomi dei debitori insolventi dell’istituto perché prima bisognerebbe  fare un ragionamento più ampio su come effettivamente si arriva a identificare comportamenti che siano sfortunati piuttosto che comportamenti scorretti che possono determinare accumulazione di debito”.  Non sia mai che dopo tanta sfortuna qualcuno li scambi per volgari truffatori.

Mettiamoci il cuore in pace. Meglio di così non vogliono o non possono fare. Del resto, perché perdere tempo in scrupoli inutili e controproducenti, se l’immunità è sempre garantita? Lo dimostrano non soltanto le cronache, ma anche la storia.  Un esempio particolarmente istruttivo risale al 1889, e vale la pena di rievocarlo.

Il regno d’Italia era nato da appena 38 anni e la capitale era stata trasferita a Roma, dove erano state avviate imponenti opere edilizie che avevano coinvolto speculatori, affaristi e uomini politici. La Banca Romana  era una delle sei banche autorizzate ad emettere  la carta moneta del nuovo stato, e lo faceva molto allegramente, addirittura duplicando banconote con lo stesso numero di serie per sorreggere i suoi traballanti bilanci e alimentare un vorticoso giro di tangenti distribuite equamente tra la destra e la sinistra che si alternavano al governo.

I meccanismi della truffa vennero individuati da una commissione d’inchiesta guidata dal senatore Giuseppe Alvisi, ma i risultati delle indagini furono insabbiati da ben tre capi di governo, Crispi, Giolitti e Di Rudinì, che invocarono il segreto di stato  in nome del più alto  interesse della Patria.  Tre anni dopo, nel 1892,  l’amareggiato Alvisi morì e le sue carte finirono nelle mani del deputato Napoleone Colajanni, che le rese note in una infuocata seduta della camera.

Scoppiò lo scandalo, con un corollario di voci incontrollate sul coinvolgimento di politici e di imprenditori. Perfino il re Umberto I di Savoia fu accusato di aver  trasferito all’estero una ingente somma proveniente dalla banca.  Alla vigilia di una deposizione davanti a un magistrato fu ucciso  – si disse dalla mafia – il banchiere e politico siciliano Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, che aveva aiutato Colajanni  nella denuncia. In  circostanze oscure morirono anche altre persone coinvolte nella vicenda, e nel corso delle indagini sparirono molti documenti compromettenti.

Nel 1893 Giolitti, accusato di aver nascosto i risultati della inchiesta e di aver ricevuto denaro dalla banca, fu costretto alle dimissioni e si ritirò temporaneamente dalla politica. Tornò a guidare il governo soltanto dieci anni dopo. A processo finirono i  vertici della banca e il suo governatore Bernardo Tanlongo, uomo dalle molte conoscenze e dai molti segreti, che proprio Giolitti aveva fatto nominare senatore. Le accuse erano di falso, peculato, spaccio di biglietti falsi. Nell’ordinanza di rinvio giudizio non venivano citati né i politici, né gli imprenditori.  In ogni caso non avrebbe fatto alcuna differenza, perché tutti furono assolti.

Quanto al sistema bancario, nel 1893 venne istituita la Banca d’Italia. Ma soltanto nel 1926, trentadue anni e molti scandali dopo,  le venne conferita l’intera riserva aurea, centralizzando l’emissione della moneta e mettendo in piedi un vero servizio di vigilanza sul credito.

L’Italia imparò allora che su certi argomenti era meglio muoversi con i piedi di piombo. E non lo ha mai più dimenticato.

Battista Gardoncini