Copia e incolla

Frase davvero infelice, quella del ministro del lavoro Giuliano Poletti sui giovani italiani all’estero che “in alcuni casi è meglio non avere tra i piedi”. Ma anche il figlio Manuel, giornalista professionista,  non scherza. Stando a un articolo dell’Huffington Post, infatti, nel corso della sua carriera sarebbe stato beccato più di una volta a copiare articoli di colleghi. E perfino nell’editoriale di presentazione del suo nuovo giornale – quello abbondantemente finanziato con fondi pubblici –  sarebbe stato così affascinato da un articolo dell’allora  direttore di Repubblica Ezio Mauro da riportarne una intera frase dimenticandosi le virgolette.

Un artista del copia e incolla, come pare venga soprannominato dai suoi detrattori. Un po’ sfortunato, perché se ne sarebbero accorti in pochi se l’infortunio del padre non lo avesse gettato sotto i riflettori. Nulla di paragonabile, comunque, al campione indiscusso della categoria, un vero fuoriclasse, riconosciuto come tale all’estero, ma non Italia, dove continua a imperversare con libri, commenti e comparsate televisive, e viene preso terribilmente sul serio: Roberto Saviano.  Che poche settimane fa è stato definitivamente condannato da un tribunale napoletano  a pagare seimila euro perché alcune parti di Gomorra erano copiate di sana pianta dalle cronache di alcuni giornali locali.

In questa vicenda giudiziaria, che si trascinava da anni ed era assai complicata, anche i suoi avversari sono stati condannati a un risarcimento.  Tanto è bastato al giornale che pubblica molti degli interventi di Saviano per presentare la sentenza come una sua vittoria. Perfino i suoi più appassionati sostenitori, però,  hanno avuto qualche difficoltà a ribattere alla circostanziata inchiesta che Michael Moynihan ha pubblicato nel 2015 su The Daily Beast in occasione dell’uscita di “Zero Zero Zero”, il libro di Saviano sul traffico internazionale di droga.

Trovate qui il testo integrale dell’articolo, in inglese, mentre il Post ha pubblicato qui una ricostruzione della vicenda arricchita anche da alcune dichiarazioni aggiuntive di Moynihan. Sono letture istruttive e vale la pena di perderci un po’ di tempo, ma il succo è questo: Zero Zero Zero contiene parti riprese integralmente da Wikipedia, si appropria senza citazioni del contenuto di  articoli di giornali russi, salvadoregni e statunitensi, “cannibalizza” un report del 2009 del comitato per la protezione dei giornalisti. Inoltre nel libro vi sarebbero interviste a persone che potrebbero non essere vere, mentre nel racconto verrebbe assegnata “una grande rilevanza storica a eventi globalmente insignificanti” e molte vicende sarebbero  “gonfiate ed esagerate”.

Moynihan è un giornalista corretto, e ha naturalmente sentito anche la campana di Saviano. Che sostiene di non avere inventato alcun personaggio, ma di avere “in  certi casi, raggruppato uno stereotipo, una figura diffusa, o diverse persone davvero esistite in un unico personaggio, così da renderne più facile la presentazione”. Più in generale,  Saviano ha descritto il suo libro come una “nonfiction novel, un genere letterario in cui eventi reali sono arricchiti da tecniche di scrittura e racconto tipiche del romanzo”.

Una operazione di per sé legittima, se dichiarata. Ma siamo proprio sicuri che i tanti lettori di Zero Zero Zero ne siano consapevoli? E che cosa deve aspettarsi chi continua a comperare i suoi libri,  legge i suoi articoli sui più disparati argomenti dell’attualità, lo ascolta in televisione? Giornalismo investigativo? Informazioni di seconda o terza mano? Opinioni? Pura e semplice narrativa?

Può darsi che Saviano abbia imparato la lezione. Il suo ultimo libro, “La paranza dei bambini”, è esplicitamente un’ opera di fantasia. Nel dubbio, un po’ per il fastidio e molto per la delusione, con lui ho chiuso. Ma a ognuno la sua risposta.

Battista Gardoncini