Senza alternative

Alla senatrice Liliana Segre, ottantanovenne reduce dal lager e oggetto di insulti e minacce, viene data una scorta. La notizia fa il giro del mondo. Salvini si dice d’accordo, ma non resiste alla tentazione di paragonarsi alla signora e fa sapere che anche lui ne riceve quotidianamente. Intanto impazzano sul web i tanti che dissertano sui costi della decisione  e ne mettono in dubbio la necessità.  Su Rete Quattro un fascista tatuato spiega che nel suo quartiere regnano legge e ordine “perché tutti fanno come dico io” e minaccia una donna che si permette di obiettare. Il conduttore, che non merita neppure di essere citato, invece di allontanarlo dallo studio, invita tutti alla calma. A Predappio un sindaco che si suppone regolarmente eletto, e quindi rappresentativo degli umori dei concittadini, fa sapere che il treno della memoria diretto a Auschwitz è una manifestazione di parte, e che non darà un contributo di 370 euro ai due studenti che vorrebbero partecipare all’iniziativa.

Tre episodi in poche ore, che danno l’idea del clima impazzito abbruttito e incarognito che si respira oggi in Italia. E che dovrebbero spingere quella parte di italiani che si sente a disagio – e che si suppone essere ancora in maggioranza nel paese – a reagire con una fermezza maggiore di quella dimostrata fin qui. I post indignati su Facebook vanno sicuramente bene, e anche gli inviti alla magistratura ad essere meno tollerante per gesti non consentiti dalla legge come il saluto romano.  Ma non bastano. Il fascismo di  Mussolini è fortunatamente finito a testa in giù a piazzale Loreto. Quello di oggi andrebbe fermato un po’ prima. E, come dimostra la storia, soltanto una buona politica può far crescere gli anticorpi al nazionalismo, alla ricerca dei capri espiatori per le difficoltà del momento, alle derive antidemocratiche e più in generale all’uso delle intimidazioni e della violenza per colpire gli avversari. 

Il nostro attuale governo non entusiasma neppure alcuni dei partiti che ne fanno parte. Ogni giorno assistiamo allo stillicidio delle dichiarazioni critiche, dei distinguo e delle prese di distanza. Ma è un governo sicuramente democratico, nato rispettando tutte le regole costituzionali per impedire che le forze peggiori del Paese prendessero il sopravvento, e ottenessero quei pieni poteri che il solito improvvido Salvini aveva evocato pochi giorni prima di darsi la zappa sui piedi togliendo la fiducia a Conte. 

Lo sappiamo fin troppo bene. Di Maio non è un’aquila, Renzi è un losco figuro che pensa soltanto a se stesso e alla Boschi, Zingaretti non ha carisma, e su alcuni dei ministri sarebbe meglio spendere un velo pietoso. Sono stati fatti errori, e altri se ne faranno in futuro, perché la crisi del Paese ha radici profonde e nessuno ha in mano una infallibile ricetta per uscirne, come ci insegna l’Ilva di Taranto. Ma tutto sommato Conte non è un cattivo presidente del consiglio, e l’attuale maggioranza dimostra se non altro di avere buone intenzioni. Dobbiamo essere consapevoli che al momento non ne sono possibili altre, e che un ritorno al voto in tempi brevi consegnerebbe il paese a gentaglia che considera normali e accettabili comportamenti come quelli appena ricordati. Siamo sicuri di volerlo?

Battista Gardoncini

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