Primarie, c…ata pazzesca

Era bravo, Paolo Villaggio, anche se non potrò mai perdonargli quella definizione di  “cagata pazzesca” affibbiata alla corazzata Potemkin, il capolavoro di Eisenstein che resta una delle pietre miliari della storia del cinema. Di ben altre “cagate pazzesche” era pieno il mondo ai tempi di Fantozzi, e da allora le cose sono se possibile peggiorate. Dunque mi piace pensare che, se fosse vivo, sarebbe d’accordo con me nell’usare la stessa definizione per uno dei riti più stanchi e inconcludenti della nostra traballante democrazia, quelle “primarie” non previste dalla costituzione e non normate da nessuna legge dello stato, e pur tuttavia al centro dell’attenzione della politica e, come ultimamente accade un po’ troppo spesso, anche della magistratura.

L’ultimo caso riguarda le primarie dei Cinque Stelle in Sicilia, che hanno portato alla scelta del candidato voluto fin dall’inizio dai vertici del partito e a una coda di polemiche concluse da un intervento del tribunale di dubbia legittimità e dalle conseguenze quantomeno oscure. Un copione già visto in altri luoghi, sempre  con i Cinque Stelle protagonisti. Ma non è che gli altri partiti abbiano fatto meglio.

In casa PD, per esempio, le primarie procedono a corrente alternata. Piacciono moltissime quelle dall’esito scontato, come è accaduto per Prodi, Veltroni, Bersani e due volte per Renzi. Molto meno quando sono incerte, e mettono a rischio i candidati dell’apparato.  In Sicilia, nonostante lo statuto del partito, si è concordemente deciso di non farle. Soltanto il governatore uscente ha fatto finta di chiederle all’unico e riuscito scopo di trattare con Renzi una buonuscita migliore. Non che la cosa faccia qualche differenza, visto che il partito è comunque destinato alla sconfitta.

Ma anche sulle primarie del passato, quelle che hanno incoronato premier e segretari di partito con percentuali bulgare, qualche anomalia andrebbe sottolineata, ammesso e non concesso che si vogliano prendere per buoni i dati sulla partecipazione democratica al voto, che è “vasta e partecipata” anche quando i seggi appaiono desolatamente deserti. Ad esempio, che non esiste al mondo un partito che faccia scegliere  il suo segretario ai non iscritti. Neppure gli Stati Uniti, dove in quasi tutti gli stati il prerequisito per votare nelle primarie che designano i candidati alla presidenza, e poi nell’elezione vera e propria, è l’iscrizione nelle liste elettorali di partito, controllate e periodicamente ripulite da apposite commissioni.

Ma se anche tutto fosse fatto a regola d’arte, se ai seggi non si presentassero  improbabili militanti dell’ultima ora, se i dati sull’affluenza fossero credibili e i risultati ufficiali non arrivassero con quel tanto di ritardo che qualche mese fa ha autorizzato il sospetto  di un accordo sottobanco tra Renzi e i suoi finti avversari, resta sempre senza risposta la domanda fondamentale: perché mai un partito, che in una società democratica dovrebbe rappresentare  la  più efficace forma organizzativa della volontà politica collettiva, ha bisogno di cercare conferme al di fuori di sé, rinunciando alla più importante delle sue prerogative, la capacità di proporre al corpo sociale le idee e le persone in grado di attuarle?

Delle due l’una. Se il ricorso alle primarie fosse una vera necessità,  sarebbe il segnale del fallimento del partito, del venir meno della sua necessità e del suo ruolo in un sistema democratico davvero funzionante. Se non lo fosse, si tratterebbe di un semplice espediente, una operazione di maquillage per nascondere i veri contenuti di una proposta politica incoerente con i principi professati.

In entrambi i casi, si tratta comunque, per dirla alla Fantozzi, di una “cagata pazzesca”.

Battista Gardoncini