Piazza Pulita, Mc che cavolo?

Povera McDonald Italia, voleva aprire un nuovo spaccio di hamburger nel centro storico di Firenze e il Comune gli ha risposto picche, perché nella città del Giglio i permessi per gli esercizi commerciali sono riservati solo ai negozi storici e a quelli che vendono prodotti tipici italiani e del territorio. A lanciare la denuncia uno scandalizzato Ad di McDonald Italia Roberto Masi, nell’ultima puntata di Piazza Pulita su La 7, conduttore l’ottimo Corrado Formigli e ospite principale Pier Luigi Bersani. Si stava parlando – manco a dirlo – di referendum istituzionale e Formigli per sapere che cosa ne pensino imprenditori e manager ha creduto bene di chiamare Masi, il quale appunto si è detto molto preoccupato dell’italica resistenza al cambiamento, chiedendo accorato che fine abbiano fatto le liberalizzazioni delle licenze commerciali decise dallo stesso Bersani, quasi vent’anni fa, quando era ministro dell’Industria del Governo Prodi. Il bonario Bersani – brava persona, niente da dire – gli ha dato ragione e nessuna seppur larvata obiezione è arrivata né da Formigli, né dagli altri giornalisti presenti in studio.

Non ho intenzione di lanciarmi in un’ennesima filippica contro l’alieno McDonald, ma qualche domanda si pone obbligatoria. La prima: come mai Formigli a rappresentare l’imprenditoria italiana ha pensato bene di invitare il manager di una multinazionale americana, simbolo stesso della globalizzazione sfrenata in cui molti vedono una delle cause più forti della crisi che ci attanaglia da anni?  Perché proprio McDonald, non c’era un imprenditore italiano titolato a rispondere? Formigli sta dalla parte dell’Italia e della sua nobile tradizione manifatturiera o da quella del “global” più acritico?  Come mai Bersani non ha sentito il bisogno di un sia pur parziale distinguo? Anche lui, alla fine, da che parte sta?

Seconda domanda: come si fa a non vedere che la liberalizzazione delle licenze ha letteralmente devastato i nostri centri storici, spazzando via un tessuto commerciale e sociale antico di secoli e fortemente identitario, trasformandoli in alienanti centri commerciali al neon, in non-luoghi uguali in tutto il mondo, dove imperversano solo grandi catene, più o meno multinazionali? A Torino, vedasi il desolante esempio della un tempo elegante Via Roma o della non meno nobile Piazza Castello (dove si gode tra l’altro del puzzo e dei cartocci abbandonati appunto di un McDonald). Voce dal fondo: ma il mondo è cambiato, tutto cambia velocemente, vuoi restare fermo? Colgo l’obiezione e rispondo: cosa vuol dire che tutto cambia? Che dobbiamo chinare il capo e tutto accettare perché il cambiamento è comunque buona cosa? Io non penso affatto che sia così, il concetto di cambiamento non ha di per sé un valore positivo scontato, e la storia è anche troppo piena di cambiamenti in peggio (ogni riferimento al tema di Piazza Pulita, il referendum sulla costituzione, è puramente intenzionale). Dunque ben venga il rigore di Firenze – magari tardivo, visto com’è ridotta la zona attorno al Duomo – su questo punto vitale.

Terza domanda: a Torino si sono appena chiusi con enorme successo il salone del Gusto e la parallela assemblea mondiale di Terra Madre. Due eventi che hanno riaffermato ancora una volta il valore irrinunciabile non solo del diritto a un cibo buono, pulito e giusto, secondo il fortunato slogan di Carlo Petrini, ma anche della difesa del patrimonio italiano più esclusivo e ammirato nel mondo, le colture e i prodotti tradizionali, la cucina, lo stile di vita, l’arte, la bellezza. C’è qualcuno – ecco la domanda – che pensa davvero che i turisti vadano a Firenze per trovarci un McDonald? Anche chi ha pochi soldi in tasca (oggi, ahimè, sono i più) può tranquillamente sfamarsi con i nostri cibi di tradizione, ad esempio le mille specialità dell’antico cibo di strada. Perché a Firenze, tanto per restare in tema, si dovrebbe scegliere un indigesto cheeseburger bacon, uguale a quello che si può mangiare a Stoccolma come a Shangai, e non esplorare invece i sapori di un crostino al lampredotto (varietà di trippa) o un covaccino (panino fatto con la pasta della pizza) alla salsiccia e stracchino? O ancora una semplice, sana, deliziosa bruschetta? Non è evidente proprio questa forte e antica identità, e non altro cercano i turisti da noi? Non è sacrosanto difendere questi prodotti e i negozi che li propongono? (ma anche, allo stesso titolo, quelli di cappelli di paglia, di pelletterie, le legatorie, i corniciai e chi più ne ha più ne metta). I 400 posti di lavoro promessi da McDonald non ci sono già, potenzialmente o di fatto, in questi esercizi, e non c’è invece il rischio di un inutile e pernicioso travaso di manodopera dai piccoli negozi costretti a chiudere?

Ultima decisiva domanda, davvero qualcuno pensa che le multinazionali come McDonald, con le loro non proprio filantropiche  politiche del personale, possano umanamente risolvere i problemi dell’occupazione in Italia? Caro Formigli, la prossima volta al posto di Masi inviti qualche esponente dell’ancora ricco e prestigioso made in Italy, e non lasci che nella sua trasmissione passi come ovvia una visione del mondo per lo meno discutibile.

Orlando Perera

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