Pennivendoli e puttane

L’altro giorno in piazza c’ero anch’io, per il presidio a difesa della libertà di stampa e contro le avventate dichiarazioni di Di Maio e Di Battista sui giornalisti-puttane e sulla loro propensione a mettere la penna al servizio del primo venuto, purché solvibile.  Padronissimi quei due  di pensare tutto il male possibile di una categoria che staziona agli ultimi posti nelle classifiche del gradimento degli italiani. Un po’ meno di dirlo con quel tipo di linguaggio, non degno di chi occupa ruoli pubblici importanti e tale da riportare sinistramente alla memoria altri tempi e altri regimi, che attaccarono la stampa al solo scopo di controllarla meglio e di piegarla ai loro fini.

Quello che è accaduto è grave, e resta tale nonostante le tardive precisazioni del presidente del consiglio Conte, che ha parlato di un “lessico eccessivo” giustificato dall’indignazione per l’accanimento che una parte della stampa avrebbe mostrato nei confronti di Virginia Raggi e della sua vicenda processuale, conclusasi con una piena assoluzione.

Questo accanimento, in effetti, c’è stato. Per mesi televisioni e giornali hanno tenuto sulla graticola la sindaca di Roma  per la nomina discrezionale di un funzionario forse corrotto,  mentre riservavano poche distratte attenzioni ai contemporanei guai giudiziari del suo collega milanese Sala. Hanno scavato nella sua vita privata, anticipato l’apertura di filoni di indagine di cui non si è più saputo nulla, annunciato avvisi di garanzia che ancora non c’erano. E  le hanno dedicato titoli e commenti discutibili, fino ad arrivare a quella “patata bollente” che Libero ha sparato in prima pagina nel febbraio 2017, beccandosi una sacrosanta querela.

Ma il punto non è questo, caro presidente Conte. Il punto è che quei giornali, anche i più schierati politicamente contro i Cinque Stelle, avevano il diritto di dedicare alla  vicenda Raggi tutti gli articoli che ritenevano necessari, con l’unico vincolo del rispetto delle leggi e della deontologia professionale. Si può non essere d’accordo, ma nei paesi civili la libertà di stampa funziona così, e qualsiasi intervento della politica per condizionarla o peggio ancora limitarla, anche quando è mosso dalle migliori intenzioni, è pericoloso. Tra l’altro lo dice la Costituzione che lei e il suo governo, compreso il vicepremier Di Maio avete giurato di difendere.

Respingere con forza gli attacchi alla libertà di stampa è un dovere, e bene abbiamo fatto noi giornalisti a scendere in piazza con i nostri presidi. Non vorrei però che presi dalla foga dimenticassimo che la nostra autonomia non è incondizionata. Abbiamo anche alcuni doveri, primo fra tutti quello di rispettare i fatti e di raccontarli al meglio delle nostre capacità e competenze, giocando a carte scoperte con il nostro pubblico, che è anche il nostro giudice.

Non ho molta simpatia per i Cinque Stelle, ma ho troppi anni di lavoro alle spalle per non accorgermi che alcuni importanti organi di informazione dopo una fase di cauta attesa, hanno improvvisamente deciso di mutare atteggiamento nei loro confronti, e sono passati all’attacco.  La cosa in sé è perfettamente lecita, e forse anche giustificata dai molti errori commessi dai giovani e inesperti leader del partito. Mi sia invece consentito qualche dubbio sui metodi utilizzati, sui video rubati ed estrapolati dal contesto, sulle interviste pilotate, sulle approssimazioni che  costellano i resoconti parlamentari e la presentazione di alcuni provvedimenti di legge. Valga per tutti l’esempio della riforma della legge Fornero, che prevede la possibilità di anticipare l’uscita dal mondo del lavoro in cambio di una decurtazione variabile del lordo percepito.  Il dibattito sulla sua compatibilità con i conti pubblici è aperto, gli esperti sono divisi. Ma i grandi giornali e i loro padroni hanno già deciso che va affossata, e si stanno dando da fare: non è certo un caso che nei  titoli e negli articoli sull’argomento la parola più ricorrente sia  “decurtazioni”, e che soltanto di sfuggita si accenni ai 62 anni di età e ai 38 anni di contributi che dovrebbero costituire la quota 100 dell’età pensionabile.

I trucchi del mestiere per orientare l’opinione pubblica esistono da quando esiste il giornalismo. Un tempo funzionavano benissimo. Negli ultimi anni, però,  la rete ha cambiato le carte in tavola, e noi giornalisti abbiamo perso lo straordinario privilegio di essere gli unici a decidere che cosa è degno di essere reso pubblico e che cosa non lo è. La carta stampata non si vende più. Le televisioni generaliste sono in crisi.

Quando non perdono tempo a insultarci, Di Maio e Di Battista fanno un largo uso dei nuovi strumenti di comunicazione, e parlano senza mediazioni a un pubblico che condivide il loro disprezzo per una professione incapace di rinnovarsi e largamente compromessa con il potere. Reagire alle loro provocazioni è importante, ma non basta. Come ha scritto qualcuno commentando la nostra iniziativa, per difendere la libertà di stampa dovremmo innanzitutto praticarla.

Battista Gardoncini

(La foto che illustra il post è tratta dalla pagina FB di Giorgio Levi)