I mai contenti della sinistra

Salvo improbabili sorprese parlamentari l’Italia ha un nuovo governo, sicuramente migliore del precedente, e non soltanto perché non c’è Salvini e la Lega è tornata all’opposizione, dove mi auguro resti abbastanza a lungo da perdere almeno una parte dei suoi consensi. Di alcuni personaggi avrei fatto volentieri a meno, ma nell’elenco dei ministri ci sono nomi tutto sommati accettabili e in qualche caso ottimi. E il presidente del consiglio Conte, che non era male prima, dovrebbe fare meglio adesso, in una compagine più equilibrata al suo interno e meno prevenuta nei confronti dell’Europa.

Basterà? E, soprattutto, Cinque Stelle e PD saranno in grado di governare insieme, superando le differenze programmatiche, le incomprensioni e gli insulti del passato? Credo che nessuno oggi sia in grado di rispondere. Ma le ragioni che hanno portato all’accordo tra i due partiti non possano essere ricondotte soltanto al giustificato timore di spianare la strada al trionfo di Salvini.  Come hanno dimostrato le analisi dei flussi elettorali, l’imponente travaso di voti dal PD ai Cinque Stelle del marzo 2018 non è stato il frutto di uno spostamento a destra del paese, ma di un allontanamento degli elettori del centro sinistra dal loro partito di riferimento a causa della incredibile serie di errori commessa dai suoi vertici nella gestione del governo. Di qui la crescita dell’astensionismo, la dispersione dei voti in partitini utili soltanto alla sopravvivenza politica di qualche sedicente leader, e la migrazione in massa ai Cinque Stelle. La fiducia che molti elettori hanno accordato a una forza nuova e non compromessa con il potere avrebbe dovuto consigliare al  PD una seria autocritica e un atteggiamento più collaborativo nei confronti dei vincitori delle elezioni, che avevano nel loro programma molti punti condivisibili con quelli del centro-sinistra.  Invece  è arrivato l’invito di Renzi a sedersi in platea a mangiare popcorn, che ha spinto i Cinque Stelle, come era inevitabile visto che si era votato con un sistema proporzionale voluto proprio dal PD,  verso l’abbraccio mortale della Lega.

Il resto è noto. E che lo stesso Renzi sia stato nelle scorse settimane tra i più attivi sostenitori del governo giallo-rosso dimostra, oltre alla spregiudicatezza del personaggio, anche che alla logica politica non si può sfuggire. I vertici del PD e dei Cinque Stelle lo hanno capito, e si spera che siano abbastanza saggi da comportarsi di conseguenza nella prassi parlamentare dei prossimi mesi. Sarebbe utile che lo capissero anche le basi dei due partiti, per il momento ferme alle recriminazioni e allo scambio di insulti.

Parlo qui per quelli di sinistra, che conosco meglio. Neanche a me piace avere come ministro degli esteri Di Maio. Sarebbe sicuramente meglio se fosse laureato e parlasse inglese. Ma non risulta che il popolo della sinistra abbia considerato questi due aspetti dirimenti quando agli esteri c’era Massimo D’Alema. Poi ci sono quelli che avrebbero preferito andare a votare, perché forse, chissà, si sarebbe anche potuto vincere. Quelli che ignorano le regole di una democrazia parlamentare e gridano che il nuovo governo è illegittimo perché ha tradito le aspettative del popolo. Quelli che invocano la coerenza, ma non dicono che cosa si sarebbe dovuto fare, autorizzando il sospetto che avrebbero preferito andare avanti ancora per un po’ con  Salvini in giro per l’Italia a fare campagna elettorale a spese dei contribuenti. Quelli che elencano puntigliosamente tutti gli insulti ricevuti dai Cinque Stelle e dimenticano di avere detto e scritto più o meno le stesse cose degli avversari. Quelle che si lamentano perché il nuovo governo non avrebbe rispettato le quote rosa, e rimuovono dalla memoria il ministro della famiglia Fontana e il senatore Pillon.

Tutti insieme appassionatamente, i mai contenti di sinistra si dicono convinti che il governo non durerà. E ancora una volta dimostrano di non capito nulla delle dinamiche di un parlamento che non ha nessuna voglia di sciogliersi. Con la sola eccezione dei leghisti, infatti, nessun parlamentare di nessun partito avrebbe la garanzia di essere rieletto.

Battista Gardoncini