Giornalismo a cinque stelle

Fatta la doverosa premessa che la prospettiva di un Di Maio alla presidenza del consiglio è da brividi, penso che i Cinque Stelle non abbiano torto a lamentarsi del modo in cui vengono trattati dalla maggior parte dei mezzi di informazione italiani. E mi dispiace che lo facciano in un modo così goffo da trasformare quello che a mio parere potrebbe essere un salutare dibattito sullo stato del nostro giornalismo in una delle tante risse insensate della nostra politica.

I grandi giornali e le televisioni gareggiano nel tiro al grillino. Per settimane ha tenuto banco la vicenda delle presunte irregolarità commesse da Virginia Raggi nella nomina di alcuni dirigenti del comune di Roma. Errori? Leggerezze? Abusi? Veri e propri reati? La magistratura indaga, come è giusto. Ma sembra difficilmente contestabile il diritto di ogni sindaco di scegliere persone di sua fiducia per la gestione della macchina comunale. E chiunque abbia un po’ di memoria ricorderà che in passato amministrazioni di diverso colore hanno fatto di peggio senza finire in prima pagina.

Anche il capitolo rifiuti romani merita qualche riflessione. E’ una ferita aperta da anni, e ha avuto una parte non indifferente nel siluramento dell’ex sindaco Marino ad opera dei suoi stessi compagni di partito, gli stessi  che sono scesi  in piazza con scope e magliette gialle per ripulire la città e contestare l’immobilismo dell’attuale sindaco. Negli articoli di questi giorni, però,  i precedenti sono singolarmente sottovalutati o del tutto assenti, e Raggi eredita anche colpe non sue.

A Torino il sindaco Chiara Appendino, dopo aver sconfitto Piero Fassino, deve fare i conti non soltanto con i bilanci del comune dissestati dai tempi delle Olimpiadi della Neve del 2006, ma anche con il fantasma del suo predecessore, di cui i media ci restituiscono una immagine idealizzata che i torinesi hanno dimostrato a larga maggioranza di non condividere. Hanno sbagliato i torinesi con il voto? Sbagliano i giornali e le televisioni  nostalgici dei bei tempi che furono?  A prescindere dalla risposta che si dà, un buon giornalista dovrebbe  comunque ricordare che non è stata Appendino a inaugurare la stagione dei tagli, e che le sue scelte amministrative sono il frutto di una visione della città e del suo sviluppo diversa da quella precedente e altrettanto legittima.

Non è facile guardare al fenomeno Cinque Stelle superando il fastidio per le  folkloristiche esibizioni del suo leader e per l’inconsistenza dei personaggi che li rappresentano nelle istituzioni. Ma l’immagine che molti media tendono a dare di un movimento capace in pochi anni di raccogliere i consensi di un terzo dell’elettorato italiano è viziata da parzialità e pregiudizi. Finiscono in prima pagina le scie chimiche, le campagne contro i vaccini, le primarie per pochi intimi e l’uso disinvolto dei congiuntivi, e vengono trascurati i motivi che hanno spinto moltissimi a ritenere che Grillo sia comunque preferibile a Renzi o a Berlusconi. Stigmatizzare le manchevolezze vere e presunte dei “nuovi barbari” della politica aiuta a far dimenticare l’impoverimento della società, l’assenza di prospettive per i giovani, il malaffare, la corruzione dilagante, la crisi di una classe dirigente incapace di dare risposte adeguate allo sfascio del Paese perché interessata soltanto a perpetuare se stessa.

Di molte cose si possono accusare i Cinque Stelle, ma non di essere responsabili di questo stato di cose. Avrebbero dunque almeno il diritto di essere trattati dall’informazione italiana con la stessa indulgenza riservata a chi per tanti anni ha avuto nelle sue mani la responsabilità di decidere, e non ha saputo farlo o lo ha fatto male.

Che differenza c’é tra un Renzi che si ricandida alla guida del Paese poche settimane dopo l’annuncio del suo ritiro dalla politica e un Grillo che disattende l’esito delle primarie per il candidato del suo partito a sindaco di Genova? Sono peggio le dichiarazioni di Paola Taverna sulla questione dei vaccini o quelle di Maria Elena Boschi sul conflitto di interessi? Perché l’appassionato giocatore di Playstation Matteo Orfini dovrebbe essere più legittimato a governare di Alessandro Di Battista, che ogni tanto le spara grosse, ma se non altro risulta in possesso di una laurea e di un master in diritti umani? E, per chi si fosse scordato di Berlusconi, che dire della sua recentissima dichiarazione sul neopresidente francese Macron, descritto come “un bel ragazzo con una bella mamma”?

In politica il mal comune non è un mezzo gaudio, ma un disastro per tutti o quasi. Una informazione libera e indipendente non dovrebbe fare sconti a nessuno, e invece troppo spesso i giornali e le televisioni sembrano indulgenti nei confronti dei poteri consolidati, e si accaniscono su chi in un un modo o nell’altro sembra rimettere in discussione gli equilibri acquisiti. Salvo poi rapidamente adeguarsi ai nuovi padroni. Ma questa è un’altra storia.

Battista Gardoncini