Gas, bombe e veleni

Parlando di Stati Uniti, non bisognerebbe mai dimenticare che sono stati l’unico paese ad avere usato per ben due volte una bomba atomica su obiettivi civili. Oltre trecentomila morti non per vincere una guerra che avevano già vinto, ma per mandare al mondo un chiaro messaggio su chi da quel momento avrebbe comandato, russi permettendo.

Oggi, in un quadro molto diverso, le bombe di Trump e dei suoi alleati inglesi e  francesi mandano un messaggio per molti versi simile. Quel che accade in Medio Oriente tocca da vicino i nostri interessi, siamo disposti a tutto per impedire che gli equilibri instabili del petrolio cambino, e per frenare le iniziative della Russia di Putin nella regione.

Nessuno fino a questo momento ha fornito una prova convincente dell’uso dei gas contro i ribelli di Douma da parte di Assad. Il presidente siriano non è certamente un campione della democrazia, ma non è uno stupido. La sconfitta dei ribelli era questione di giorni.  Perché avrebbe dovuto usare un’arma inefficace sul piano militare come i gas, fornendo ai suoi avversari sull’orlo della disfatta una occasione d’oro sul piano della propaganda, e agli americani un pretesto per intervenire in modo più pesante di quanto già stavano facendo?

Il copione è stato già visto altre volte in passato. Cito per tutte la splendida inchiesta del premio Pulitzer Seymour Hersh su un altro controverso episodio di uso di gas nel conflitto siriano, quello che il 21 agosto del 2013 provocò parecchie centinaia di morti – le cifre variano a seconda delle fonti tra i 1500 e i 600 – ai confini di Damasco. Anche in quella occasione Assad venne accusato di aver gasato il suo popolo. Ma la verità raccontata nel 2014 da Hersh, e mai smentita, era ben diversa.

Secondo Hersh, che basava il suo racconto su un certo numero di fonti confidenziali interne alle amministrazioni americane e inglesi, a usare i gas furono i ribelli di Al Nusra. Le accuse a Assad avevano lo scopo di giustificare l’intervento diretto degli americani nel conflitto, come voleva il presidente turco Erdogan, grande nemico di Assad. E proprio Erdogan, con la complicità di una parte dell’amministrazione statunitense,  avrebbe aiutato i ribelli a produrre il gas. La macchinazione venne alla luce grazie alla collaborazione tra i servizi segreti occidentali e quelli russi, che fornirono prove convincenti sulla provenienza dei gas. A quel punto il presidente Obama, che aveva già programmato una ritorsione militare nei confronti del governo siriano, dovette trovare il modo di fare marcia indietro senza perdere la faccia. E ebbe l’idea di chiedere al congresso degli Stati Uniti un voto sull’azione, prendendo tempo. Contemporaneamente, insieme ai russi, fece pressioni su Assad per convincerlo a rinunciare alla armi chimiche. Una mediazione che prevedeva anche la presenza in Siria di ispettori dell’Opac, l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, per verificare lo smantellamento degli arsenali. Dell’intervento militare non si parlò più.

Ma la memoria dell’opinione pubblica occidentale è labile, come ben sanno i suoi raffinati manipolatori. Quel che funzionò a suo tempo con le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein potrebbe funzionare anche con i gas di Assad, che non a caso ci sono stati propinati dopo il precedente episodio del gas nervino che i servizi segreti di Putin – sempre lui – avrebbero usato per liberarsi di un loro ex collega in  Gran Bretagna.  Un colpo di pistola o un finto incidente di macchina sarebbero stati sicuramente più efficaci, visto che la ex spia è viva e vegeta, ma non avrebbero avuto lo stesso impatto mediatico.

Dunque prepariamoci. Avremo purtroppo altri gas, altre bombe, e forse anche di peggio, nel prossimo futuro. Ovviamente in nome della democrazia.

Battista Gardoncini