Tristi presentimenti

Sono un elettore di sinistra di una certa età, e  ricordo la sensazione di sgomento provata nel marzo del 1994, quando Silvio Berlusconi fece a pezzi la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto. La stessa sensazione provo oggi davanti alla vittoria di Matteo Salvini, che prevedevo come tutti, ma non mi aspettavo di dimensioni così clamorose.

Fino all’ultimo ho sperato che gli italiani – o almeno una loro parte consistente – avrebbero detto no agli slogan privi di contenuti, alle semplificazioni dei problemi, alla rozzezza dei discorsi,  a una politica tutta costruita sulla divisione e sulla contrapposizione. Mi sono sbagliato.  Il fatto che Lega sia andata  oltre il 34% dei voti senza cannibalizzare Forza Italia e Fratelli d’Italia,  entrambi capaci superare la soglia di sbarramento e di eleggere propri rappresentanti nel parlamento europeo, indica un cambiamento epocale nell’orientamento politico degli italiani: per la prima volta nella storia repubblicana i partiti di destra hanno raccolto nel loro complesso la maggioranza degli elettori, e non è certo un caso che dopo la vittoria in Piemonte governino insieme tutte le regioni più produttive e avanzate del Nord.

Come accadde con Berlusconi nel 1994, la destra di Salvini è riuscita a fare  breccia in strati della popolazione che le erano estranei – si pensi ai risultati a doppia cifra al Sud – con parole d’ordine non necessariamente condivisibili, ma efficaci. Come allora le proposte degli avversari si sono dimostrate deboli e incapaci di mobilitare i rispettivi elettorati. E poco importa che i rapporti di forza tra PD e Cinque Stelle, complice il suicidio politico di questi ultimi, si siano ribaltati. Resta il dato politico di fondo, e cioè il fatto che oggi la Lega sia in grado di determinare per chissà quanto tempo l’agenda politica, economica e sociale del paese. Come diceva il titolo di una famosa incisione di Goya, ci sono tristi presentimenti su quello che potrebbe accadere.

Che fare allora? Dal mio modesto punto di elettore del centrosinistra credo che il primo problema sia quello della unità. Quando il gioco si fa duro non è pensabile scendere in campo in ordine sparso, con una miriade di liste e gruppi più interessati a farsi la guerra che a fronteggiare il nemico comune. Si badi: non sto pensando a un unico partito, perché la storia disgraziata di questi ultimi anni, oltre a condurre alla irrilevanza politica tutti coloro che hanno pensato di poter fare da sé, ha giustamente ridimensionato le pretese egemoniche del PD. Penso piuttosto a una unità di azione che minimizzi gli inevitabili contrasti e riparta dal basso, dai circoli, dal volontariato, dalle cooperative, dal mondo del lavoro e che passi  attraverso un ricambio accelerato dei vecchi gruppi dirigenti. Per troppo tempo la principale preoccupazione dei leader o presunti tali del centro-sinistra è stata quella di frenare la crescita di tutti coloro che potessero dare loro ombra. Per troppo tempo la politica è stata vista come una facile scorciatoia di carriera, ed è diventata terreno di azione per le mezze calzette che non erano in grado di fare altro nella vita. Le liste aperte fortemente volute da Zingaretti sono state un primo passo, e qualche risultato, soprattutto nelle grandi città, lo hanno ottenuto. Andare avanti su questa strada è possibile e a mio parere necessario, ma richiederà che tutti dimostrino buona volontà nel superamento delle divergenze e generosità nel rinunciare alle ambizioni personali quando queste risultino in contrasto con gli obiettivi comuni.

Il secondo problema è quello delle alleanze. Si è votato per l’Europa, ma i risultati peseranno sugli equilibri nazionali, dove i Cinque Stelle, fortemente ridimensionati dal voto, sono ancora il partito di maggioranza relativa. Nel più puro stile democristiano Di Maio sembra intenzionato a restare abbarbicato alla sua traballante poltrona, ma Salvini, dopo aver  riconfermato a parole la solidità del patto di governo, ha già annunciato che passerà all’incasso sulle controverse questioni della TAV e delle autonomie regionali.

Nei prossimi mesi può accadere di tutto, compreso un ritorno alle urne che consegnerebbe il paese alla Lega e ai suoi alleati naturali. La mia speranza di elettore è che il centro-sinistra non ricaschi nell’errore dell’ultima volta, ritirandosi sull’Aventino a mangiare pop-corn. I risultati li abbiamo appena visti, e si spera che ci bastino.

Battista Gardoncini